Categoria: Club delle Matrigne

So’ fia de ‘na matrigna? No, di un patrigno, ma è già un passo avanti

 

Anche la Disney si adegua (per questioni di marketing ovviamente, mica perché le siamo simpatiche) alle nuove famiglie. Ed ecco che spunta Sofia Prima, una principessa, sì, però un po’ meno melensa delle altre. Sostiene l’articolo letto su Repubblica che Sofia “non sogna più il principe azzurro, la bellezza non è l’aspetto più importante, la bontà diventa fondamentale. E la famiglia reale (dove sono bandite le orrende matrigne del passato) si adegua ai tempi.”

Pare quindi che Sofia viva in una famiglia ricostituita, senza per questo essersi trasformata, chessò, in una boccia dei pesci rossi o in un triste comò.

Il trucco, sempre stando a quello che ho letto, è che Disney ha affidato al suo pubblico la definizione del nuovo personaggio. E i bambini hanno proposto un’eroina che magari è una figliastra, che magari magari magari non vuole scuoiare ogni giorno la sua matrigna o il suo patrigno (solo a giorni alterni), che insomma è una bambina normale. Principessa, certo, ma, pur nella sua principessitudine, normale.

Però la figliastra Sofia (ettepareva) vive col nuovo compagno della madre, non con la nuova compagna del padre. Chissà com’è, i patrigni sono sempre meno demonizzati delle matrigne.

Comunque, consideriamo questa virata della Disney un piccolo passo avanti. Del resto, da un’azienda che ci ha proposto per decenni, tra le altre temibili aspirazioni, pettinature che si possono ottenere solo incollando un panettone su cranio, non ci si poteva aspettare di più.

A proposito, signori della Disney: quando la finiremo con le principesse e passeremo alle pescivendolesse, per esempio? Eddai, su.

 

(Testo di Rossella Calabrò, foto Disney)

 

 

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Che palle, aprile come Natale

Oggi, guardando fuori dalla finestra, mi è venuto un mente dicembre. E poi mi sono ricordata di questo brano natalizio. Che, quanto meno per il clima, mi sembra adatto alla giornata. E poi così cominciamo a riderci su in anticipo.

Si intitola Il trekking di Natale.

“Natale con i tuoi. Sì, ma chi sono, esattamente, i tuoi? Il Natale della matrigna è complicato. Di tuoi, tu ne hai un po’. Ma, di loro, ce ne sono un sacco.

E poi, a Natale, i bambini stanno con papà o con mammà? Metà e metà.

Così, la sera della vigilia, metti i regali sotto l’albero, sapendo che quello non sarà l’Albero di Natale, ma uno dei tanti alberi a palle del boschetto allargato. Un alberello da mammà, uno da papà, uno dai nonni materni, uno dai nonni paterni, uno magari anche dai nonni matrigneschi. Sono alberi da visitare rigorosamente accompagnati dalla guardia forestale, seguendo turni severi e ritmi di trekking piuttosto impegnativi.

Sera della vigilia: ogni bambino ha una gita con pic-nic dai nonni materni con possibilità di pernottamento in loco, tra le palle dell’abete Uno.

25 dicembre: sveglia sul posto, e sosta presso l’abete materno denominato Due, per scartamento regali con inclusa gara di velocità. Poi, prova di depigiamamento rapido e camminata a passo sostenuto verso l’albero di papà. Lì convergeranno i nonni paterni e, anticipando il 6 gennaio, anche la matrigna.

Nel frattempo è prevista una sosta-whisky per la numerosa compagine di nonni di varia specie e appartenenza che si sono travestiti da Babbo Natale e hanno qualche difficoltà a districarsi da barbe finte e parentele bislacche. Le pance, hanno usato le loro, ma tentano cocciutamente di togliersele.

Dopodiché, via verso la tappa successiva: parenti vari ed eventuali, riuniti forzatamente nello stesso punto del bosco allargato, sotto l’abete Quattro. Altra gara di scartamento regali rapido, per dedicarsi alla sosta pranzo. La guardia forestale giace, distrutta, accanto all’abete Cinque, quello dedicato ai deboli di cuore, e fissa una palla luccicante che rotea psichedelica con effetto discoteca.

Il primo anno del trekking di Natale, ovviamente, è il più difficile per la matrigna. Perché, oltre alla guardia forestale, ci sarebbe estremo bisogno di un esperto di altri alberi, quelli genealogici. Insomma, vai a spiegare alla zia novantenne, acquisita di fresco, che tu non hai cambiato parrucchiere, sei solo un’altra moglie. E vai a spiegare ai tuoi genitori che quei bambini non le hai fatti tu senza dirgli niente, ma li hanno fatte altre donne. Sì, li hanno fatti con tuo marito, che però all’epoca dei fatti era marito loro. I tuoi genitori ti guardano smarriti come davanti a un compito in classe di matematica e, con aria indifferente ma subdola, depistano la busta natalizia con i tuoi cento euro nella ciotola del loro fido cocker.

Ma il sole sta tramontando: per fortuna a Natale le giornate sono corte, anche se non si direbbe. Il trekking volge al termine, è ora di incamminarsi verso la base. La base, quale base? La guardia forestale ha un sussulto sotto l’abete Cinque. Strappa un ultimo morso di pandoro come fosse un porcino, raccoglie le spore di zucchero con le dita, e controlla il piano di ritorno. Carta geografica, sestante, holter e pacemaker.

Ma alla fine, ogni singolo partecipante del trekking viene riaccompagnato all’abete di appartenenza. Dove, sognando palmizi infiniti, reciterà estatico il Mantra del Natale: Menomalecheperunannononseneparlapiù.”


(Testo e foto di Rossella Calabrò)

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Me l’ha detto un uccellino (che si chiama Twitter)

Dovete sapere che io sono curiosa. Molto curiosa. Così oggi mi sono presa la briga di passare un bel po’ di tempo su Twitter a spulciare tutti i tweet che contengono la parola “matrigna”.

Per fortuna molti parlano del Club, del nostro blog, dei miei libri matrigneschi o delle interviste da “matrigna buona” che ho rilasciato. Ma ce ne sono moltissimi altri, scritti da figliastri e figliastre, che fanno pensare.

Ve ne copio-incollo un po’, così poi li decodifichiamo insieme e magari impariamo qualcosa in più sui rapporti con la prole aliena. Perché è inutile offendersi, mentre è molto utile cercare di capire cosa passa nella loro testa.

Passo a riportarvi il mio mini-spionaggio cinguettante.

 

“La mia matrigna è una stronza. #Sapevatelo.”

“Che tenerezza, la mia matrigna è venuta con me per l’ecografia e si è commossa.”

“‘La tua matrigna è brava a capire le adolescenti’ ‘forse perché l’anno scorso era una di loro’ AHAHAHAHAHAHAHAHAH”

“Mi sono trasformata in cenerentola e lustro la casa mentre la matrigna è al mare a riposarsi”

“Papa’ alla riunione, matrigna ad una festa e io a casa con le sorelle.. Come sempre”

“La mia matrigna ha fatto le lasagne. Il mio piatto preferito. Ora mi commuovo…”

“Matrigna picchia e tratta da sguattera la figliastra: patteggia 8 mesi di carcere”

“#Confessione: ho messo lo spazzolino della mia matrigna nel cesso, LOL”

“Storie americane. Per punizione, matrigna e nonna la costringono a correre per ore: muore disidratata bimba di 9 anni.”

“Mio padre e la matrigna a parlare tra loro, e io zitta come una cretina. Li odio.”

“Quando la matrigna non è poi così male, le gelosie della mamma in carica s’impennano”

“Comunque la matrigna di Biancaneve è la prima grande MILF della storia”

“Meno male che la matrigna rifornisce vestiti…così domani Gran Galà senza spendere un €”

“Odio la mia matrigna. E lei odia me.”

 

 

 

(Testo e spionaggio cinguettante di Rossella Calabrò, foto della lettrice Tigrotta )

 

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Toh, che scoperta

 

E’, con ogni probabilità, un mercoledì, la sera in cui la famiglia allargata si stringe a casa di papy e della matry che è da poco approdata in questo bizzarro porto.

La matrigna in cambusa cucina, mentre papi e figliastri, bontà loro, apparecchiano.

Pare che, in chi apparecchi, si sviluppi un’immunità totale al temibile virus dello sparecchiamento, peraltro pochissimo contagioso, ma questa è un’altra storia.

Allora: papi, figlio uno, figlio due, matrigna. Totale, quattro coperti. Anche se la matrigna in matematica era un disastro, fino a quattro ce la fa a contare.

E allora perché  i coperti sono solo tre?

Piatti, tovaglioli, bicchieri, posate, non manca niente, i tre infatti, considerando conclusa con successo l’operazione apparecchiamento, hanno abbandonato l’area in attesa che la cena sia pronta.

La matrigna, che si è già girata un film dell’orrore tutto suo, osserva i coperti e li conta ancora una volta.

Uuuno, duuue, treeee.

Li indica anche con il cucchiaio di legno, tante volte si trasformasse in una bacchetta magica. Ma il quarto coperto, come il quarto potere, non appare.

E il quarto coperto, quello scoperto, è inequivocabilmente il suo. Ovvio.

Ecco, si sono dimenticati che vivo qua. Anzi, si sono dimenticati che vivo. Anzi, vogliono ricordarmi che sono morta.

La proiezione del suo film dell’orrore è ricominciata.

Stacco, appunto, come nei film.

Entra un figliastro, e dice: Mbè, e il mio piatto dov’è?

Occavolo, in figliastro veritas, pensa la matrigna, diventando un po’ rossa come il vino che sorseggia. E brinda a tutte le paranoie del mondo, quelle di grandi e di piccini, di matrigne e di figliastri, di coperti e di scoperti.

 

 

(Testo di Rossella Calabrò, foto della lettrice Aiec)

 

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Mayabbassarelaguardia, adesso arriva Natale

 

Credevamo che, scampate all’inguaribile ottimismo dei Maya, ora fosse tutto in discesa, eh?

Ehhh. Non vorrei sembrare banale, ma è Natale. Evento portatore di misticismo per chi è religioso e di pandoro per chi è goloso. Oltre a una caterva di canditi da togliere a uno a uno dal panettone (ma c’è qualcuno a cui piacciono, ‘sti canditi?) e di un’altra caterva di complicazioni che, se si potessero eliminare a una a una come i canditi, sarebbe la fine del mondo. Ah, già.

Allora, matrigne, come sopravvivere anche alle festività?

Primo: pensando che, come recita il detto popolare, l’Epifania tutte le feste porta via. Insomma, il Natale a un certo punto finisce, con la Befana che gli dà un bel colpo di scopa volante e via. Sciò sciò, e che la colomba pasquale inizi a sgranchirsi le ali, perché tra un po’ è il suo turno. Insomma, 25 dicembre e limitrofi non durano per sempre. Anche se a volte l’apparenza inganna. Ma si sa, la percezione del tempo è relativa.

Secondo: il Natale, che ormai ha perso per molti il proprio significato religioso, è considerato – a torto o a ragione non importa – la festa dei bambini. E per bambini si intendono bipedi sotto i diciott’anni, non bipedesse di qualche decennio sopra i venti.  Quindi, mettiamo temporaneamente nel cassetto l’eventuale pantera che alberga nelle nostre mutande e dedichiamoci a recitare, angeliche e caste e celestiali e babysitteresche, il noto mantra natalizio: daichefinisce, daichefinisce, daichefinisce.

Terzo: salvo casi particolari, nelle famiglie ricostituite è sana regola dividere il Natale in due tranche, in modo che i piccoli passino la vigilia con uno dei genitori insieme all’auspicabile nuovo partner e tutto l’ambaradam parentale, e il giorno successivo con l’altro genitore e relativo seguito. Così si sta tutti in pace e il pandoro non va di traverso a nessuno. Il Natale c’è da sempre, le nuove famiglie no: occorre trovare dei codici di comportamento altrettanto nuovi.

Quarto: approfittiamo del contatto prolungato con i nostri figliastri durante le vacanze per costruire un inedito rapporto con loro, se non l’abbiamo ancora fatto. Trasformiamo quello che ci sembra (ed è) un problema in un’opportunità. Tanto, a irrigidirci, cosa ci guadagniamo? E allora proviamo ad ammorbidirci come matrigne di mascarpone e vediamo se, sotto l’albero, magari magari magari per noi c’è un regalo inaspettato: il primo, piccolissimo germoglio di piacere – quel piacere totalmente impensabile per alcune di noi – di aver quasi voglia, forse l’anno prossimo o quello dopo ancora, di inventarci un Natale nuovo, dove invece del mantra daichefinisce, ci sorprendiamo a dire tra noi: toh, mi son divertita.

 

Tantissimi, bellissimi auguri a tutte. <3

 

(Testo di Rossella Calabrò. Dipinto di Paul Klee)

 

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Basta un poco di zucchero e la pillola va giù, la pillola va giùuu…

 

Una tipologia di uomo in cui può incappare una matrigna appartiene alla specie Pater Incertus Disneyanus. Non perché non si sappia se la paternità della prole sia da attribuire proprio a lui o a qualche personaggio dei cartoni: questi sono fatti dell’ex-moglie. E’ che, con il Pater Incertus,  non è mai certo quando c’è.

E’ certo, invece, quando non c’è. Praticamente sempre. Diciamo che, quando ha conosciuto la sua futura nuova compagna, non si è fatto sedurre dagli attributi classici che un uomo cerca in una donna, tipo l’intelligenza analitica e un’innata abilità a canasta. Quello che l’ha colpito, e affondato, è stato quando una volta che pioveva lei ha aperto un ombrello. Lì, l’occhio gli si è fatto trigliesco – e non perché la signorina lo avesse centrato con il puntale -  e nel suo intimo, su su fino ai corpi cavernosi, è sbocciato l’amore.

Insomma, il Pater Incertus ha visto, nella fanciulla con l’ombrello, qualcosa di più di quello che Vermeer ha visto nella ragazza con l’orecchino di perle. Lui ha visto, e lo ricorda ancora estasiato canticchiando supercalifragilistichespiralidoso, la sua Mary Poppins che vola nell’aere con tanto di stivaletti stringati.

E non è una sua inconfessabile perversione sessuale, ché di giochi di parole con Mary Poppins se ne sono fatti a milioni, no no, la visione celestiale rappresenta qualcosa di molto più essenziale: è quella che si smazzerà la di lui prole in sua assenza.

Tanto, basta un poco di zucchero e la pillola va giù, la pillola va giùuuu…

E ogni tanto torna su.

 

(Testo e foto di Rossella Calabrò, Rossella Calabròooooo)

 

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Harry ti presento Matry

 

Ieri sera sono andata a teatro, e c’era la mia figliastra più grande con alcuni suoi amici che non conoscevo. Fa le presentazioni: questo è mio papà, e questa è Rossella.
Matrigne, ma lo sapete che ieri mi è sembrato molto, molto meglio essere presentata come “Rossella” che non, come avevo sotto sotto preteso fino a qualche anno fa, “la moglie di mio papà”?

Cioè, questa è Rossella. Punto. Poi, se vuoi più informazioni, siam tutti a disposizione, con un albero genealogico grande come un baobab.
Ieri sera mi è sembrato che stare a spiegare esattamente il mio stato anagrafico sarebbe stata una forzatura.
Ieri sera ho pensato che dopo tanti di matrignato le cose dentro di me sono davvero cambiate. E che se questo mio cambiamento interiore avvenisse (come avverrà) in tutte noi, e in tutti noi in genere, l’avremmo svoltata.
Questa è Rossella. Punto.
Questa è Rossella che non ha più paura di non essere nessuno, nell’ambito della famiglia ricostituita.
Certo, prima di arrivare a questo rossellamento, è necessaria la fase “Questa è la moglie/compagna di papà”. Perché altrimenti, se non si ha il coraggio di specificarlo, non si comincia mai a costruire. Ma una volta messi uno sopra l’altro un bel po’ di mattoncini affettivi e sociali ci si può rilassare. E magari godersi quel “Questa è Rossella” con un’espressione un po’ misteriosa, della serie: prova a indovinare chi sono? (Che è infinitamente meglio di quella da Piccola Fiammiferaia, della serie: non provarci neanche a indovinarlo, fatica sprecata, tanto non sono nessuno).
Dai, dai, dai matrigne, come diceva Gandhi: sii tu stesso il cambiamento che vuoi vedere nel mondo. Prima di fare le gandhesse però, ovvio, ci tocca combattere per un po’.
Ah, ripensandoci: se invece degli amici della mia figliastra ci fossero state delle amiche del mio legittimo sposo e lui mi avesse presentato solo come “Rossella”, e non come “mia moglie”, l’avrei scuoiato vivo, e fanculo anche al misticismo indiano.

 

(Testo e foto di Rossella Calabrò) (Rossella chi?) ;-)

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Viaaa, più veloce di un petardo

 

Mia madre, da me soprannominata affettuosamente Crudelia, ultimamente si appassiona alle vicende matrignesche. Oggi per esempio le stavo raccontando di una mia amica matrigna il cui nuovo marito ha cinque (cin-que) figli, tutti in età tra la pre-adolescenza a l’adolescenza. Mia madre, detta anche Erode oltre che Crudelia, ha commentato: “Eh, quella tua amica lì avrebbe dovuto scappare subito, con anche un bel petardo nel sedere.”

Alla mia domanda relativa all’utilizzo del petardo e all’ubicazione dello stesso, lei mi ha risposto candidamente: “Per scappare veloce come un razzo, no?”

Non me lo sono inventato, questo dialogo è avvenuto realmente due ore fa. Io ho riso per mezz’ora di seguito. Anche perché la Cru è stata educata in collegio dalle Orsoline e, insomma, la storia del petardo mica me la sarei aspettata da lei, che gira sempre con un twin-set, un filo di perle e le sue belle scarpine con la fibbia dorata.

In effetti la mia amica con i cinque figliastri è piuttosto stremata, considerando che è anche incinta e quindi sta per arrivare il sesto petardo, ops, bambino.

Però c’è anche da dire che, se a una piacciono i petardi, ops, i bambini, potrebbe essere una bella esperienza. Potrebbe.

Il problema è che, i veri petardi nel sedere, come sempre, non sono i bambini, ma gli adulti. Che si chiamano adulti per uno strano errore lessicale, un qui pro quo, una papera, insomma una svista di quelle pesanti. No, perché, se uno fa le ripicche, i dispetti e quelle cose lì da bambini, non è mica tanto adulto. Petardo sì, ma adulto pochino.

Cerchiamo di ricordarci sempre che i bambini (nostri o altrui) possono essere, sì, dei terribili rompipetardoni, ma chi accende o non accende la miccia, chi la lascia lunga oppure corta, siamo noi adulti.

Comunque, a capodanno manca un mesetto e mezzo, qualche petardo potremo procurarcelo facilmente nel caso volessimo, come insegna mamma Crudelia, accelerare i nostri (o altrui) eventuali spostamenti. ;-)

 

(Testo di Rossella Calabrò. Foto della lettrice Arietina)

 

 

 

 

 

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E gli ex figliastri? Puf?

 

Una magari a un certo punto della vita si smatrigna. Capita, anche nelle migliori famigliastre.

Però, quello che ha costruito con i figli del proprio ex, dove va a finire?

No, perché, con l’ex, o ci ha litigato, o non sono più innamorati, o si sono regalati un palco di corna che ci si può stendere la biancheria di un albergo. Ma, coi figliastri, mica sono successe queste cose.

E una non può sparire dalla vita di un bambino, o di un ragazzino, così, puf, come Maga Magò. Oppure sì, può sparire, se le fa troppo male riconoscere in quel faccino la faccia del suo ex. Oppure ancora, può succedere che i genitori del figliastro (se è minorenne) le impediscano di vederlo. Certo, una matrigna non è una parente già quando è in carica, figuriamoci quando diventa ex matrigna.

E tutti quegli anni vissuti insieme? Puf?

Puf.

In altri casi, invece, se non si è costruito nulla in termini affettivi, se non se ne ha avuto il tempo o la fortuna, il distacco dai figliastri può essere una liberazione, certo. Un puf seguito da un ahhh. E in altri ancora, invece, il rapporto è continuato al di fuori del matrignato. Molto dipende dalle persone coinvolte, dal loro grado di generosità, di evoluzione, di elasticità.

A qualcuna di voi è successo di fare puf? E com’è andata? O come pensate che andrebbe?

 

 

 

(Testo di Rossella Calabrò. Foto della lettrice Aiec)

 

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Il nome della Cosa

 

Oggi, nonostante avessi deciso di dedicarmi alla sagra dell’orso per un’intera settimana (ovvero grugnire e non parlare con nessuno per disintossicarmi da tutta la socialità delle vacanze), ho dovuto lavorare un po’ e quindi relazionarmi col mondo. Tra le altre cose, mi ha telefonato un giornalista per un articolo dedicato a noi matrigne che uscirà la prossima settimana su una rivista.

La conversazione è stata, da parte sua, tutta un “ehm, matrigne, diciamo così” (con cinquanta virgolette e cento sospiri). Poi, quando mi ha chiesto l’età delle mie (cito) “figlie”,  io l’ho subito corretto con: “figliastre”. Lui: “Ehm, si, figliastre (sput) ma è un nome così orribile”.

A quel punto non mi sono più tenuta, nonostante anelassi a tornarmene orso al più presto, e gli ho fatto la lezioncina. Spiegandogli che la lingua italiana ha a disposizione queste parole: matrigna e figliastri, e queste vanno usate. Tanto, le parole prendono il significato che gli si dà col tempo, e le desinenze diventano solo un suono, niente di più.

Per esempio, le pigne, mica saranno crudeli? Mica si appostano sopra i pini aspettando che passiamo per piombarci sulla testa, no?

E le vigne, cosa fanno, producono uva avvelenata?

O vorremmo dire che Livigno, o Foligno, son posti da stronzi?

E le lastre? Mostrano le ossa mentre fanno le boccacce?

E le piastre? Stirano i capelli odiandoli?

Per non parlare del povero alabastro che, assicurano i geologi, non è una roccia con un alto tasso di carognite.

Il fatto che un giornalista, quindi una persona presumibilmente acculturata e abituata a sentirne di tutti i colori, si sia imbarazzato a pronunciare “matrigna” o “figliastro” la dice lunga, lunghissima, sulla quantità di lavoro che c’è ancora da fare. Rimbocchiamoci le manichigne, mie prodi matrigne.

 

 

 

Testo di Rossella Calabrò, foto della lettrice Arietina (grazie!)

 

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