Categoria: Donne

Tre Terribili Aneddoti, e una morale

Sono reduce (ma proprio letteralmente reduce: più che un weekend è stato un Vietnam) da due giorni di lavoro a Pietrasanta in cui ho presentato in anteprima il mio nuovo libro (*) e ho condotto una gara di scrittura. Naturalmente, siccome ormai sapete come sono fatta, me ne sono capitate di tutti i colori. Vi riporto tre Terribili Aneddoti. Ma soprattutto, dopo gli aneddoti, vi racconto cosa ho imparato, anche in termini matrigneschi.

Terribile Aneddoto Uno:

Salgo sul palco per presentare la gara di scrittura Extreme Writing. La scaletta è complicata, io non ho mai fatto la conduttrice, quindi devo leggerne una buona parte. Siccome mi hanno dato questo incarico perché pare io sia spiritosa, esordisco davanti alla piazza di Pietrasanta gremita di centinaia di persone con la seguente, peraltro scarsuccia, battuta: “Scusatemi se leggerò, ma non ho avuto tempo di studiare la scaletta. O meglio: l’ho studiata come una pazza, ma non ci ho capito un pazzo.”

Segue mia espressione ammiccante.

Segue che non ride nessuno.

Mi impedisco di impiccarmi con la mia pashmina color ottanio, e vado avanti.

Terribile Aneddoto Due

Prima di partire, chiamo al telefono mia madre, detta Crudelia:

Io: “Sai, mamma, presenterò il mio nuovo libro a Pietrasanta nella sala di un museo.”

Cru: “Mhm, stai attenta che quando ti vedono ti chiudono in una teca.”

(Mia madre sì che ha sempre saputo infondere sicurezza alla sottoscritta prole. Quando ero un’adolescente lei, osservando i miei capelli che si arricciano con l’umidità, mi diceva: mhm, assomigli a Gullitt).

Terribile Aneddoto Tre

Sempre sul palco per la gara Extreme Writing, ora finita. In quanto conduttrice, proclamo i vincitori: tre ragazze a cui viene consegnata trionfalmente la coppa, che vengono applaudite e fotografate tra mille flash.

Io sono ai margini del palco, finalmente rilassata, e mi unisco agli applausi pensando tra me: Be’, per essere una timida, sono stata eroica.

A questo punto mi prende un nuovo pensiero, totalmente suicida e così idiota che lo trasformo prontamente in azione: per suggellare simbolicamente quel mio trionfo sulla timidezza, decido di esagerare, ed ecco che mi butto a pesce per terra, sdraiata in posa plastica e buffona e cartoonesca davanti alle ragazze.

Tutti ridono e si divertono (ma soprattutto scattano foto), mentre io passerò la notte in bianco, sveglia come un gufo fino alle cinque del mattino, vergognandomi, retroattivamente, a morte.

Ci tengo a precisare che sono astemia.

O forse era meglio non precisarlo.

 

Finiti gli aneddoti (che purtroppo non mi sono inventata), ecco cosa ho imparato.

Be’, intanto, che la timidezza si può vincere. Io ci ho messo cinquant’anni, magari qualcuna è meno tarda di me, ma insomma si può vincere. Basta cominciare a fare una sola cosa, anche piccola, scegliendo proprio tra quelle che non avremmo mai il coraggio di fare. Fatta quella, e capito che è possibile farla, pian pianino si continua, si alza il tiro, e non ci si ferma più. Si guarisce. Confesso che io l’ho imparato da Valentina Mela Verde, un fumetto di Grazia Nidasio sul Corriere dei Ragazzi di duecentomila anni fa, quando ero una bambina. Lei suggeriva di fare proprio così, e quel suggerimento mi è rimasto impresso per tutta la vita (sono una dalle letture sofisticate, sì sì). ;-)

Ma prendiamo un abbraccio a un figliastro, per esempio. E’ una cosa che magari abbiamo il terrore di fare per timidezza oltre che per una sorta di pudore, no? Eppure, se riusciamo a farlo la prima volta (scorticandoci l’anima), poi scopriamo che la seconda volta è meno difficile, la terza ancora meno, e insomma alla fine non abbiamo più paura.

E poi ho imparato un’altra cosa: non dobbiamo avere paura di essere noi stesse. Io sono una cazzona, mi piace giocare, ridere, e sono incapace di prendermi sul serio. Ieri ho mostrato come sono a un pubblico immenso ed è andata benissimo. Con mio stupore, sono stata apprezzata per quello che sono, non per come avrei dovuto apparire per piacere.

La stessa cosa vale nella famigliastra: mostriamoci per quello che siamo veramente, perché solo così creeremo una famiglia(stra) e non solo un gruppo di persone costrette ad abitare nella stessa casa. Sono due cose molto, molto diverse. E poi, sapete quanta fatica si risparmia, smettendo di avere l’ansia di piacere? Tutta energia che si può dedicare a noi stesse, una volta tanto.

 

 

(*) Il nuovo libro che ho presentato a Pietrasanta in anteprima alla manifestazione Anteprime (appunto) si intitola “Il Tasto G”, l’editore è Sperling&Kupfer, e dal 18 giugno sarà in tutte le librerie e anche in ebook. http://www.inmondadori.it/Il-tasto-G-Rossella-Calabro/eai978882005473/

 

 

 

(Testo di Rossella Calabrò. Foto che ritrae Rossella Calabrò presa da Twitter. #Xwriting)

 

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“Non sono una mamma, sono una persona”

“Non sono una mamma, sono una persona”. Pàffeta, l’altra mattina, con i neuroni ancora tutti uno sbadiglio, quindi senza filtri né censure, mi è uscita questa sentenza che ho rivolto (sorridendo) (abbastanza) alla mia figliastra adolescente.

L’antefatto: la sera prima, venerdì, lei mi aveva detto che avrebbe pranzato volentieri con me (di solito, essendo ormai grande, il sabato mangia con gli amici). Avrei pranzato volentieri anch’io con lei, quindi mi sono liberata dagli impegni, ho organizzato il mio (poco) tempo, eccetera eccetera eccetera. E intanto c’era una vocina piccola piccola dentro di me che mi bisbigliava qualcosa.

E infatti: Ehm, Rossella, contrordine – esordisce la figliastra poco prima dell’ora di pranzo – ho un impegno.

Eccallà, l’adolescente che fa il pacco.

Mi sono ricordata della mia adolescenza e di quando consideravo un impegno con un adulto qualcosa che si poteva tranquillamente annullare all’ultimo momento in quanto non annoverabile tra gli impegni “veri”. Tanto gli adulti, pensavo a quell’età, sono lì a disposizione dei figli, mica hanno una vita privata. (Che fossero a disposizione anche dei figliastri non lo pensavo ma, se mi fossi soffermata sull’ipotesi, mi sarei risposta che, sì, erano a disposizione anche dei figliastri, ovvio, e dei nipoti e di tutta la categoria di personcine che si sentono l’ombelico del mondo).

E così mi è uscita spontanea la fatidica frase.

Poi, facendo pascolare i miei neuroni su un’intera coltivazione di caffè, ho argomentato alla figliastrina la mia uscita. Che non riguardava solo le madri (dato che oltretutto non lo sono), ma i rapporti tra adolescenti e adulti.

L’adolescentessa ha capito al volo, o ha finto benissimo forse perché, appunto, doveva uscire altrettanto al volo.

Morale della favola: le morali sono due.

Morale uno: gli adolescenti sono fatti così. E non bisogna prenderla come un affronto personale. Tra l’altro anche noi eravamo così, chi più (io), chi meno.

Morale due: sputare i rospi fa benissimo. Se me ne fossi stata zitta avrei accumulato quel po’ di rancoretto che mi avrebbe intossicato il pranzo (peraltro improvvisamente libero e passato a prendere il sole sul balcone, beata). Invece così, sput!, io mi sono liberata del rospo rancoroso, lei ha capito, e la prossima volta, be’, la prossima volta con ogni probabilità lei lo farà ancora. Del resto, diciassette anni si hanno una volta sola, e oltretutto se non si infrangono le regole a quell’età, quando lo si fa?

Ah, visto che oggi è il 12 maggio: buona Festa della Persona a mamme e matrigne. ;-)

 

 

(Testo e foto di Rossella Calabrò)

 

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Siamo uomini o polli?

 

Dimmi cosa mangi e ti dirò chi sei. Mai affermazione fu più veritiera: a causa degli estrogeni introdotti artificialmente in molti alimenti, in particolare nel pollame, è in atto una graduale ma inesorabile mutazione del cervello maschile. Questa trasformazione, che rende i neuroni un po’ femminili (ma solo i neuroni, eh, niente paura, le parti basse restano intatte), fa sì che gli uomini, finalmente, stiano imparando ad ascoltare le donne.

Un esempio? I nostri scienziati, mandati in ricognizione presso cento coppie-campione, hanno registrato conversazioni davvero eloquenti. Le donne hanno parlato di scarpe, e gli uomini non hanno reagito con il solito grugnito distratto, ma anzi hanno preso parte alla discussione, intervenendo persino a tono e dichiarando che, quest’anno, si sa, i tacchi scenderanno di un paio di centimetri. Le donne hanno parlato di ombretti glitterati, e gli uomini non si sono suicidati inghiottendo sei confezioni di ciglia finte. E anche argomenti quali il colore delle tende o un nuovo servizio di piatti color melanzana – di cui davvero non si può fare a meno al giorno d’oggi – hanno suscitato un interesse del tutto inedito.

Quegli stessi uomini che, prima degli estrogeni, attivavano i padiglioni auricolari solo per ascoltare la tivù, ora discettano garruli su creme anticellulite, candele profumate, o sull’imprescindibile questione capelli scalati sì, capelli scalati no.

Insomma, l’empatia sta per regnare sovrana in ogni casa, l’incomunicabilità di coppia sarà solo un brutto ricordo, e i divorzi caleranno drasticamente. Persino le relazioni extra-coniugali subiranno una rassicurante riduzione. Perché ovviamente anche il sesso coniugale, in questa nuova era, andrà meglio. Più fantasia, più romanticismo, più zone erogene da esplorare, più attenzione alle esigenze femminili. E gli uomini capiranno finalmente che, per le donne, una frase come “sei dimagrita” è più erotizzante di mille immagini o manovre a luci rosse.

Che gli estrogeni contenuti nei poveri polli siano la soluzione contro il disfacimento del sacro vincolo del matrimonio e lo sgretolamento della morale?

Ebbene sì. E un nuovo, radioso futuro ci attende.

Pesce d’Aprile.

 

(Testo e foto di Rossella Calabrò)

 

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8 marzo: tulipani e sorrisi da Stregatto

 

Niente mimose, mie matrigne. Le mimose a me non piacciono, secondo me hanno un certononsocché di pipì. ;-) Vi dedico al loro posto questi bellissimi tulipani arancioni, insieme a un aneddoto.

L’altro giorno, presa da raptus, ho deciso di dipingere l’ingresso di casa mia. Era di un giallino-pipì per l’appunto, ma io lo volevo assolutamente, e subito, di un color melanzana sbiadita.  Sapete come sono, questi raptus, no?

Dipingi che ti dipingi, sono arrivata davanti a un quadro gigantesco. E ho pensato: uff, qui dietro c’è un chilometro quadrato di muro da spennellare, che tanto non vedrà mai nessuno.

A quel punto il diavoletto anarchico che sonnecchiava sulla mia spalla si è svegliato di botto, ha spernacchiato l’angioletto precisino sull’altra spalla e mi ha suggerito, subdolissimo e altamente paraculo, di non dipingere dietro il quadro.

- Eddai, che ti frega, tanto non se ne accorgerà nessuno, quel quadro non viene spostato da anni.

- Ma sei pazza? Non ascoltare quello lì tutto vestito di rosso con quelle scarpe a forma di capra, fai le cose come vanno fatte, dipingi, sacrìficati, e non fare la paracula.  (Ovviamente questo era l’angioletto precisino).

Insomma, ho accettato la tentazione diavolesca al volo e senza sensi di colpa: ho girato paraculissimamente con il pennello intorno al dipinto gigante, e mi sono risparmiata un bel po’ di fatica. Dopodiché ho pensato a chi avrebbe in futuro staccato il quadro e trovato la parete intonsa (un nuovo inquilino, o magari un attuale marito in vena di verifiche sulle abilità da imbianchina della sottoscritta). Così ho sollevato un po’ il quadro e ci ho dipinto sotto, sul muro giallino-pipì, un sorrisone sardonico e sbeffeggiante tipo Stregatto color melanzana. Na naaa naaaaaa.

Finito il lavoro da spennellatrice ero stanchissima, ma quel gesto un po’ dispettoso un po’ ridanciano mi ha ridato energia. Mi ha fatto pensare che le piccoli ribellioni sono deliziose e salutari, e che l’ironia trasmette una forza bellissima.

Anche nelle questioni matrignesche (e nelle questioni della vita in genere), credo che occorrerebbe ogni tanto disegnare qualche sorriso da Stregatto dietro i quadri. Uscire dai binari, e prendere un po’ in giro chi ci vorrebbe perfette e omologate. Noi per prime, che a volte siamo le nostre peggiori aguzzine.

Anzi, facciamo che, per festeggiare l’8 marzo, ognuna di noi si concederà un piccolo gesto anarchico, seguito da un grosso sorriso stregattico. Che dite?

 

(Testo e foto di Rossella Calabrò, tulipani di Silvia Fontanari)

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Piove? Ho una matrigna per capello

 

Non so i vostri, ma i miei capelli sono individui anarchici come pochi. Detto in soldoni, fanno quel cazzo che vogliono. Se il clima è umido si gonfiano e si arricciano e mi fanno sembrare un agnello tibetano. Se il clima è secco diventano piatti e dritti modello foca bagnata. Se il clima è così così, ognuno di loro decide autonomamente come comportarsi, senza nemmeno indire uno straccio di riunione condominiale per concordare insieme una linea d’azione univoca.

Quindi quando sono gonfi e ricci devo pettinarli in un modo, quando sono piatti e lisci devo pettinarli in un altro. E io che sognavo un’acconciatura che, una volta scelta, fosse quella, la mia preferita, e basta. Ennò, dipende dal clima, dipende dal ciclo, dipende da come gli gira quel giorno lì. Tocca far fatica.

Anche nelle famigliastre, come nella vita in genere, non si può decidere che, per dire, ci si fa un bel carré con la frangia, e non ci si pensa più. Ogni giorno necessita di essere pettinato in modo diverso, occorre adattarsi al clima emotivo, insomma. Un lunedì magari bisogna legarsi con una treccia bella stretta certe questioni legali che poi magari già il martedì si possono lasciare sciolte e fluenti. Il mercoledì c’è da mettere un po’ di lacca su quella ex ribelle che spunta dal cranio, e poi il giovedì mattina quella stessa ex la ritroviamo lì, moscia e arrendevole come un bucatino scotto. Ma già quel pomeriggio, non si sa com’è, improvvisamente tutta la capigliatura familiare s’increspa, monta, si gonfia e sembra esplodere. E noi subito a legarci le emozioni strette strette, che sennò ci si spettina il cuore. I weekend, poi, sono i più scapigliati di tutti, e ci vorrebbe un parrucchiere dell’anima che ci acconciasse a seconda della distribuzione di figli e figliastri, di umori e umorastri.

Insomma, armiamoci di pettini, spazzole, piastre lisciacapelli, ferri arricciacapelli, e alleniamoci a trovare ogni giorno una (bella) pettinatura mentale che si adatti al clima in cui ci troviamo. Eh, sì, siamo noi che ci dobbiamo adattare, mica il clima. Anche perché non si è mai sentito un clima dire: “Mah, sai, cinque minuti fa volevo piovere, ma una tipa mi ha detto di no e allora niente”.

 

Ah, buon san Valentino a tutte. Eeee, come vi pettinate? ;-)

 

 

(Testo di Rossella Calabrò, foto della lettrice Arietina)

 

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“Diciotto voglie di cuore” Contro la violenza sulle donne

 

“Diciotto voglie di cuore” è tratto dal libro “Di matrigna ce n’è una sola” edito da Sonzogno. Scusate, credo di averlo già postato, ma l’argomento è importantissimo e voglio dare, nel mio piccolo, un contributo.

 

“Aveva diciotto anni e diciotto voglie di cuore su tutto il corpo.
Aveva sette sere alla settimana, dopo il lavoro, per andare a scuola.
Il suo cuore, con tutte quelle voglie sparse per il corpo, era dolce e grande. Le sue sere, piccole e stanche. Ma, a scuola, Irene ci andava sempre.

 

Una sera che era così piena di voglie di cuore che le si vedevano anche sotto il paltò, Irene scese dal tram e subito le si avvicinò un ragazzo. Era un ragazzo di quelli che è meglio non parlarci, si vedeva subito.
Ma le voglie di cuore cominciarono a farsi più rosse, un cesto di fragole per ogni parola che lui le diceva.

Sono solo, chiacchieriamo un po’? E Irene pensava: non dovrei chiacchierarci, lui porta i segni di tutto quello che non va. Ma proprio per questo ha bisogno di me. I suoi segni, forse, con qualche parola leggera come una carezza, se ne vanno e lui guarisce.

La ragazza con le voglie di cuore lo salutò con un sorriso, e poi prese la strada di casa.

Ta tùm, ta tùm.

Forse erano i passi del ragazzo che la seguiva, o forse era il suo cuore che faceva il rumore delle ragazze quando hanno paura.

Il ragazzo, con tutti i suoi brutti segni, le prese un braccio. Glielo rubò, stringendolo forte, strappandoglielo un po’.
Irene spaventata disse: no.
E poi, mentre le voglie di cuore le si facevano piccole piccole, gli spiegò che chiacchierare due minuti l’aveva fatto, ma adesso doveva proprio andare a casa.

Ta tùm, ta tùm.

Si mise a camminare più in fretta, e qualche voglia di cuore le si staccò dal corpo e finì calpestata sotto gli stivali del ragazzo.

Ta tùm, ta tùm.

Arrivò sotto casa sua. Il ragazzo la spinse contro il portone, tra il buio e la paura.
Irene disse: no.
Il ragazzo la spinse più forte, le tolse il respiro, e la maglietta.
Irene urlò. Il ragazzo no.

Irene raccolse da terra la maglietta, le lacrime, e poi vide le sue diciotto voglie di cuore che erano cadute tutte per terra.
Non le tornò mai più la voglia di raccoglierle.”

 

(Testo e foto di Rossella Calabrò)

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Cinquanta smagliature di Gina (e di Ginastra)

 

Matrigne, mogliastre, lettrici di questo blog, volevo festeggiare con voi l’uscita in libreria del mio “Cinquanta smagliature di Gina”, un piccolo libro ironico che, dopo “Cinquanta sbavature di Gigio” questa volta prende in giro le paturnie di noi donne.

Eccovi la sinossi che c’è in copertina.

 

“In ogni donna ci sono almeno cinquanta(mila) sfumature, sbavature, smagliature, che la rendono tanto ricca interiormente quanto incomprensibile all’altra metà del cielo.

Qui, in questo libro, di smagliature femminili ne racconteremo soltanto cinquanta, un numero che va molto di moda in questo momento. ;-)

Ma cosa si intende per smagliature?

Be’, si intende quel po’ di sovrappeso emotivo che tutte noi abbiamo, quelle bislacche imperfezioni che ci rendono così ipersensibili, complicate, esperte di film dell’orrore che proiettiamo dentro di noi ogni volta che per esempio un fidanzato non risponde subito ai nostri sms (non mi ama più, e/o sta scrivendo a un’altra), un’amica ci trova un po’ stanche (stanca? Vuol dire brutta?), la bilancia segna un etto in più (ecco, sono obesa).

“Cinquanta smagliature di Gina” vi propone un rimedio naturale al cento per cento, efficacissimo contro le smagliature interiori. Si chiama autoironia. Che, combinazione, oltre a far più bella la pelle come ogni sorriso, è l’arma di seduzione più efficace che ci sia. Meglio del botox.

Le più coraggiose, o le più sfacciatamente ottimiste, potrebbero far leggere questo libro anche ai propri uomini, così magari (magari, eh) loro capirebbero qualcosa sulle donne. Ché la speranza è l’ultima a smagliarsi.

Ah, un’ultima cosa, Gine: è ufficiale, la perfezione è un’immensa cazzata.”

 

 

(Foto: “Cinquanta smagliature di Gina” di Rossella Calabrò, ed. Sperling&Kupfer)

Da oggi in libreria e anche in ebook.

 

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Le nostre ex case

 

Quando penso alle case della mia vita, mi succede una cosa strana. Chissà se succede anche a voi. Non riesco a credere fino in fondo che non siano più mie, che ora ci abitino altre persone, che siano cambiate, che la chiave per entrare sia un’altra, che, insomma, non esistano più. Non per un senso materiale del possesso, ma per un’intimità che mi sembra impossibile sia sparita nel nulla.

Quegli angolini del sottoscala, da mia nonna, in cui mi nascondevo da piccola, quei pavimenti di marmo di cui guardavo le venature immaginandomi di riconoscere i volti di mostri, gatti, fate. O quei mobili importati dall’Oriente un secolo fa, pieni di cassettini segreti, in casa dell’altra nonna, insieme a bambole di pezza e collana di ambra vera che mi aspettavano quando andavo a trovarla, due volte all’anno.
Oppure la prima casa in cui ho vissuto da sola, un monolocale con i muri dipinti a fiorelloni, in cui ora vivono altre persone, altre risate, altri odori. O il mio primo studio, tutto vernicato d’argento, col soppalco e un sole giallo dipinto sul soffitto perché dalle finestre entrava poca luce.
Non ci posso più entrare, in quelle case lì. Eppure, mi sembra impossibile. Sono state mie, ho infilato i miei pensieri tra le crepe dei muri come bigliettini d’amore, ho colorato l’aria coi miei respiri a volte chiari a volte scuri, mi sono trovata mille volte bella e mille volte brutta mentre mi scrutavo negli specchi del bagno. Sono state mie, quelle case.
Mie dentro.

Spesso sogno di tornare in quelle case, di nascosto, perché la chiave non l’ho mai buttata via. E, nei sogni, nessuno se ne accorge. Quelle volte, provo una nostalgia così grande che diventa dolcezza. E mi risveglio come innamorata.

 

(Testo di Rossella Calabrò. Foto della lettrice Tigrotta)

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Donne allargate?

 

Ma com’è che, quando saliamo sulla bilancia e questa segna un chilo in meno, il mondo ci sembra un posto meraviglioso dove stare? E com’è che invece, quando ‘sta stronza di scatoletta bianca segna un chilo in più, abbiamo la netta sensazione che i Maya abbiano ragionissima, e anzi siamo disposte ad anticipare la fine del mondo, ché tanto, così grasse, che senso ha vivere?

Com’è che, mentre magari cuciniamo per il nostro uomo e la di lui prole aliena, con un chilo in meno sculettiamo agili e garrule ai fornelli, mentre con un chilo in più ci sentiamo, per così dire, troppo allargate?

Com’è possibile che un chilo, del tutto invisibile a meno che la nostra altezza corrisponda a quella della Puffetta da piccola (una mela o poco più, dice la letteratura), possa avere tutto questo peso sulla nostra percezione del mondo?

Oh, un chilo. Poco più di un iPad. O preciso identico a un chilo di patate, per dire.

Eppure.

Possibile che i nostri neuroni si sentano ippopotami oppure gazzelle per così poco? No, dico, i neuroni non dovrebbero essere quelli intelligenti, nella grande azienda del corpo umano? E com’è che sono così influenzabili invece? Cioè, si fanno far su da una scatoletta bianca con un display e due batterie a stilo? Maddai.

Eppure.

 

Cosa c’entra questo con le matrigne? Niente. Tranne che le matrigne sono donne, e quindi c’entra. E la foto, cosa c’entra? Niente nemmeno lei, o quasi, ma l’ha scattata una matrigna, quindi c’entra.

Scusate, dev’essere che stamattina sono salita sulla bilancia. ;-)

 

 

 

Testo di Rossella Calabrò. Foto (che era molto più allargata ma l’ho dovuta restringere per impaginare) della lettrice Paola.

 

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Agosto, micio mio non ti conosco?

 

Siccome le vacanze sono alle porte, ho chiesto a una mia amica veterinaria di spiegarci quali sono i rischi della toxoplasmosi in gravidanza, in modo che non vengano abbandonati gatti innocenti per la paura (infondata) che possano causare danni. Ecco cose ci dice la dottoressa:

“Molti medici, soprattutto ginecologi, consigliano alle donne in gravidanza, tanto per non sbagliare, di allontanare i propri gatti da casa per paura della toxoplasmosi. La toxoplasmosi è un’infezione causata da un protozoo, il Toxoplasma gondii, che si riproduce nell’intestino dei gatti ed è pericolosa per il feto se contratta nel primo quadrimestre di gravidanza.

Il rischio esiste solo per le donne che non hanno già avuto la toxoplasmosi in passato. In genere è asintomatica e una volta guarite non la si contrae più perchè si sviluppano degli anticorpi specifici che danno un’immunità permanente.

Quindi è importante fare il toxotest (esame banale del sangue) per sapere se si è immuni o meno.

Nel caso non si fosse immuni, quindi non si ha mai contratto la toxo, bisogna avere delle semplici precauzioni , senza bisogno di allontanare il micio da casa.

E’ comunque raro che un gatto che vive in casa abbia la toxoplasmosi, soprattutto se non mangia abitualmente carne cruda.

Evitare che il micio contragga la malattia: alimentazione con cibi industriali o ben cotti. Non dare carne cruda.

Se anche il micio dovesse contrarre la malattia eliminerebbe le uova con le feci (solo con le feci) per un periodo di due settimane. Per contrarre la toxo, la donna gravida dovrebbe ingerire le oocisti presenti nelle feci del gatto infetto durante queste due settimane e nel primo quadrimestre di gestazione!

E’ più probabile ammalarsi mangiando carne poco cotta o verdura cruda mal lavata, che resta la fonte di trasmissione più comune.

Per essere comunque tranquille sarebbe bene che facciano pulire ogni giorno la lettiera di micio a qualcun altro (marito???). Il parassita che eventualmente si trovasse nelle feci impiega infatti due tre giorni per essere infettante, ecco perché è bene cambiare la sabbietta quotidianamente.

Quindi in conclusione, se la donna è immune il problema non esiste, se non è immune basta avere dei piccoli accorgimenti, ricordandosi sempre che la possibilità di contrarre la toxoplasmosi dal proprio micio di casa è molto, ma molto più bassa che quella di contrarla mangiando verdura mal lavata o carni crude o poco cotte.

Insomma, signore che aspettate un bebè: tenetevi il vostro micio serenamente in casa, godetevelo, coccolatevelo come prima, e fate fare i lavori sporchi a vostro marito, che non è neanche una cattiva idea.”

 

(Foto e intervista di Rossella Calabrò)

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