Categoria: Figliastri

Figli e figliastri: libretto di istruzioni

 

Avete acquistato presso la nostra ditta un figlio o un figliastro? Complimenti! Eccovi il libretto di istruzioni, del tutto gratuito, che ci eravamo dimenticati di allegare.

Nozione base: il figlio o figliastro (chiamiamolo Esemplare F), nonostante le apparenze talvolta demoniache, è in tutto e per tutto un bambino o un adolescente appartenente alla razza umana. Ciò si nota agevolmente appoggiando l’esemplare con cautela per terra e osservandolo a distanza di sicurezza, talvolta con una maschera antigas. Se per caso nei suoi occhioni notate una pupillina stretta stretta, tipica dei cobra, non fateci caso, probabilmente avete solo sbagliato il lavaggio. La prossima volta usate l’anti-infeltrente, che potete riciclare per i vostri capelli in caso di pioggia.

Una nota: se non vi riconoscete nei comportamenti di un Esemplare F, se pensate insomma che alla sua età non eravate così, avete probabilmente ragione. Ma alla vostra età i genitori erano diversi, voi eravate diverse, e anche la società era diversa, quindi non accanitevi a cercare differenze, perché le troverete tutte, ma sarà una pedalata a vuoto che vi farà solo venire due polpaccioni così. Limitatevi ad accettare, eventualmente capire, e sicuramente gestire. Comunque noi, per politica aziendale, non accettiamo resi. Eh no.

1

Se l’Esemplare F acquistato presso la nostra onorata ditta è di sesso femminile, vi consigliamo di ordinare anche, presso la farmacia con noi convenzionata o dallo spacciatore nei giardinetti sotto casa, un poderoso kit di psicofarmaci da tenere sul comodino.

In ogni caso vi informiamo che la gelosia femminile è un fatto inevitabile che si verifica sia tra matrigne e figliastre, sia tra madri biologiche e figlie biologicissime. Sono stati scritti fiumi di parole su Edipo, Elettra, e tutti quei complessi lì che non suonano ma che ce le suonano.

Inoltre è bene sappiate, esimie clienti, che noi non accettiamo reclami in quanto i problemi non dipendono dalla qualità della nostra fornitura, ma dai capricci della Natura S.p.A. Che non ha alcun legame commerciale con noi.

2

Se avete acquistato un modello “Baby”, osservate attentamente la dicitura tatuata sulla nuca, appena sotto la zona dove si annidano plotoni di pidocchi: il Baby richiede una quantità smodata di attenzioni. Ma smodata-smodata. Del resto è nella sua fisiologia. Vi siete mai chieste perché le voci dei cuccioli, d’uomo o di qualunque altro mammifero, sono così stridule e ricche di decibel? Proprio perché la natura ha dotato i piccoli di corde vocali da stadio, in modo da essere sentiti dagli adulti, in caso di bisogno, anche a distanze galattiche. In effetti il kit di teletrasporto“Galassia Lontana” che avevamo commercializzato recentemente è stato un flop, perché le voci dei nostri modelli Baby arrivavano a rompere i timpani, e non solo, anche su Betelgeuse e pianeti limitrofi.

3

Specifico per matrigne: se ritenete che il vostro Esemplare F sia maleducato, andate a osservare la dicitura che abbiamo tatuato sotto la sua chiappa destra: dice che, in casa vostra, voi siete libere di imporre le vostre regole, impostando adeguatamente l’appostito chip posto sotto la sua ascella sinistra. A casa sua il chip ascellare verrà ri-impostato in altro modo, poi di nuovo a casa vostra nell’altra modalità e così via. Ma niente paura, i nostri chip in silicio extra-stronz sono praticamente indistruttibili, a differenza vostra. Quindi continuate pure a regolarli ogni santo giorno allargato. Alla fine il chip si autoregolerà autonomamente, senza necessità di un vostro intervento. Garantite o rimborsate. (Naaaa, scusate, questa era una battuta, niente rimborso).

N.B. Ci scusiamo per non aver allegato le istruzioni prima, causando alcuni disguidi con la precedente fornitura di Esemplari F. Fotocopiate e distribuite a chi era rimasta senza.

Ah, dimenticavamo: auguri!

 

La Direzione

 

(Testo e foto dello shampoo anti-infeltrente di Rossella Calabrò) ;-)

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So’ fia de ‘na matrigna? No, di un patrigno, ma è già un passo avanti

 

Anche la Disney si adegua (per questioni di marketing ovviamente, mica perché le siamo simpatiche) alle nuove famiglie. Ed ecco che spunta Sofia Prima, una principessa, sì, però un po’ meno melensa delle altre. Sostiene l’articolo letto su Repubblica che Sofia “non sogna più il principe azzurro, la bellezza non è l’aspetto più importante, la bontà diventa fondamentale. E la famiglia reale (dove sono bandite le orrende matrigne del passato) si adegua ai tempi.”

Pare quindi che Sofia viva in una famiglia ricostituita, senza per questo essersi trasformata, chessò, in una boccia dei pesci rossi o in un triste comò.

Il trucco, sempre stando a quello che ho letto, è che Disney ha affidato al suo pubblico la definizione del nuovo personaggio. E i bambini hanno proposto un’eroina che magari è una figliastra, che magari magari magari non vuole scuoiare ogni giorno la sua matrigna o il suo patrigno (solo a giorni alterni), che insomma è una bambina normale. Principessa, certo, ma, pur nella sua principessitudine, normale.

Però la figliastra Sofia (ettepareva) vive col nuovo compagno della madre, non con la nuova compagna del padre. Chissà com’è, i patrigni sono sempre meno demonizzati delle matrigne.

Comunque, consideriamo questa virata della Disney un piccolo passo avanti. Del resto, da un’azienda che ci ha proposto per decenni, tra le altre temibili aspirazioni, pettinature che si possono ottenere solo incollando un panettone su cranio, non ci si poteva aspettare di più.

A proposito, signori della Disney: quando la finiremo con le principesse e passeremo alle pescivendolesse, per esempio? Eddai, su.

 

(Testo di Rossella Calabrò, foto Disney)

 

 

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Che palle, aprile come Natale

Oggi, guardando fuori dalla finestra, mi è venuto un mente dicembre. E poi mi sono ricordata di questo brano natalizio. Che, quanto meno per il clima, mi sembra adatto alla giornata. E poi così cominciamo a riderci su in anticipo.

Si intitola Il trekking di Natale.

“Natale con i tuoi. Sì, ma chi sono, esattamente, i tuoi? Il Natale della matrigna è complicato. Di tuoi, tu ne hai un po’. Ma, di loro, ce ne sono un sacco.

E poi, a Natale, i bambini stanno con papà o con mammà? Metà e metà.

Così, la sera della vigilia, metti i regali sotto l’albero, sapendo che quello non sarà l’Albero di Natale, ma uno dei tanti alberi a palle del boschetto allargato. Un alberello da mammà, uno da papà, uno dai nonni materni, uno dai nonni paterni, uno magari anche dai nonni matrigneschi. Sono alberi da visitare rigorosamente accompagnati dalla guardia forestale, seguendo turni severi e ritmi di trekking piuttosto impegnativi.

Sera della vigilia: ogni bambino ha una gita con pic-nic dai nonni materni con possibilità di pernottamento in loco, tra le palle dell’abete Uno.

25 dicembre: sveglia sul posto, e sosta presso l’abete materno denominato Due, per scartamento regali con inclusa gara di velocità. Poi, prova di depigiamamento rapido e camminata a passo sostenuto verso l’albero di papà. Lì convergeranno i nonni paterni e, anticipando il 6 gennaio, anche la matrigna.

Nel frattempo è prevista una sosta-whisky per la numerosa compagine di nonni di varia specie e appartenenza che si sono travestiti da Babbo Natale e hanno qualche difficoltà a districarsi da barbe finte e parentele bislacche. Le pance, hanno usato le loro, ma tentano cocciutamente di togliersele.

Dopodiché, via verso la tappa successiva: parenti vari ed eventuali, riuniti forzatamente nello stesso punto del bosco allargato, sotto l’abete Quattro. Altra gara di scartamento regali rapido, per dedicarsi alla sosta pranzo. La guardia forestale giace, distrutta, accanto all’abete Cinque, quello dedicato ai deboli di cuore, e fissa una palla luccicante che rotea psichedelica con effetto discoteca.

Il primo anno del trekking di Natale, ovviamente, è il più difficile per la matrigna. Perché, oltre alla guardia forestale, ci sarebbe estremo bisogno di un esperto di altri alberi, quelli genealogici. Insomma, vai a spiegare alla zia novantenne, acquisita di fresco, che tu non hai cambiato parrucchiere, sei solo un’altra moglie. E vai a spiegare ai tuoi genitori che quei bambini non le hai fatti tu senza dirgli niente, ma li hanno fatte altre donne. Sì, li hanno fatti con tuo marito, che però all’epoca dei fatti era marito loro. I tuoi genitori ti guardano smarriti come davanti a un compito in classe di matematica e, con aria indifferente ma subdola, depistano la busta natalizia con i tuoi cento euro nella ciotola del loro fido cocker.

Ma il sole sta tramontando: per fortuna a Natale le giornate sono corte, anche se non si direbbe. Il trekking volge al termine, è ora di incamminarsi verso la base. La base, quale base? La guardia forestale ha un sussulto sotto l’abete Cinque. Strappa un ultimo morso di pandoro come fosse un porcino, raccoglie le spore di zucchero con le dita, e controlla il piano di ritorno. Carta geografica, sestante, holter e pacemaker.

Ma alla fine, ogni singolo partecipante del trekking viene riaccompagnato all’abete di appartenenza. Dove, sognando palmizi infiniti, reciterà estatico il Mantra del Natale: Menomalecheperunannononseneparlapiù.”


(Testo e foto di Rossella Calabrò)

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Le parole sono importanti. Ma anche il brasato con la polenta

 

Che sia opportuno riappropriarsi del termine “matrigna”, trasformando noi stesse l’accezione negativa in positiva, l’ho già detto. Ma, ci avete mai pensato, alla differenza tra dire “la mia figliastra” oppure “la figlia di mio marito”? (O del mio compagno, ovvio).

E’ una differenza sostanziale.

“La MIA figliastra” implica un rapporto diretto con lei. Positivo o negativo che sia.

“La figlia di MIO marito” implica un rapporto diretto con il marito (positivo o negativo che sia), ma indiretto, e subìto, con lei.

La mia figliastra mi è simpatica, o mi è antipatica, ma è una persona che fa parte della mia vita, delle mie emozioni, delle mie scelte.

La figlia di mio marito può essermi simpatica o antipatica, ma è una questione che mi riguarda di striscio. Il brasato, signora, lo vuole con la polenta o senza? Senza, grazie, sa, sono allergica alla polenta. Eh, aspetti, dimenticavo, signora: il piatto è già pronto così, al  massimo può lasciare da parte la polenta, se le fa venire l’orticaria. Ah, va be’.

Ma poi la polenta mica è un parallelepipedo di plastica che, se lo sposti, sta fermo immobile dove l’hai messo. La polenta scivola sul sugo, si avvicina al brasato, si mescolano i sapori. Ovvio. La ricetta era quella lì. Brasato con la polenta. Eh.

Io, personalmente, ho sempre detto “la mia figliastra”, e quasi mai la figlia di mio marito. Perché sono possessiva, perché mi piace tuffarmi nelle situazioni senza risparmiarmi. E perché, anche se non considero “mio” nessuno – ché la proprietà delle persone è un furto – mi è piaciuto assegnare una sorta di parentela a quella bambina che, in termini legislativi, mia parente non è. (Che poi, questa è una cosa da pazzi. Una sposa uno, il fratello di questo uno ha una figlia, e la tipa diventa zia e parente della bambina a tutti gli effetti, anche se magari non l’ha mai vista in tutta la sua vita. Un’altra sposa uno, e la figlia di questo uno, con cui passa metà della sua vita, non è sua parente).

Comunque, io credo che vadano bene entrambe le definizioni, sia “la mia figliastra” che “la figlia di mio marito”. E credo anche che siano termini in transizione. Magari all’inizio se ne usa uno, poi si usa l’altro, a seconda della situazione emotiva. E molto dipende anche dal carattere di ognuna di noi. Però, ecco, dire “la mia figliastra” mette in moto, secondo me, una serie di meccanismi senz’altro più costruttivi. Meno in punta di forchetta. E’ un po’ come prendere in mano la situazione e dire: occhèi, a ‘sto brasato con la polenta, adesso gli aggiungo qualche spezia di quelle che dico io,  di quelle che piacciono a me, e vediamo cosa ne esce. Sta a vedere che poi mi invitano a Matrign-chef.

 

(Testo e foto della polenta di Rossella Calabrò) (Non è polenta, è pan grattato colorato di giallo, lo so. Mica giro sempre con la polenta in tasca, eh). ;-)

 

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Me l’ha detto un uccellino (che si chiama Twitter)

Dovete sapere che io sono curiosa. Molto curiosa. Così oggi mi sono presa la briga di passare un bel po’ di tempo su Twitter a spulciare tutti i tweet che contengono la parola “matrigna”.

Per fortuna molti parlano del Club, del nostro blog, dei miei libri matrigneschi o delle interviste da “matrigna buona” che ho rilasciato. Ma ce ne sono moltissimi altri, scritti da figliastri e figliastre, che fanno pensare.

Ve ne copio-incollo un po’, così poi li decodifichiamo insieme e magari impariamo qualcosa in più sui rapporti con la prole aliena. Perché è inutile offendersi, mentre è molto utile cercare di capire cosa passa nella loro testa.

Passo a riportarvi il mio mini-spionaggio cinguettante.

 

“La mia matrigna è una stronza. #Sapevatelo.”

“Che tenerezza, la mia matrigna è venuta con me per l’ecografia e si è commossa.”

“‘La tua matrigna è brava a capire le adolescenti’ ‘forse perché l’anno scorso era una di loro’ AHAHAHAHAHAHAHAHAH”

“Mi sono trasformata in cenerentola e lustro la casa mentre la matrigna è al mare a riposarsi”

“Papa’ alla riunione, matrigna ad una festa e io a casa con le sorelle.. Come sempre”

“La mia matrigna ha fatto le lasagne. Il mio piatto preferito. Ora mi commuovo…”

“Matrigna picchia e tratta da sguattera la figliastra: patteggia 8 mesi di carcere”

“#Confessione: ho messo lo spazzolino della mia matrigna nel cesso, LOL”

“Storie americane. Per punizione, matrigna e nonna la costringono a correre per ore: muore disidratata bimba di 9 anni.”

“Mio padre e la matrigna a parlare tra loro, e io zitta come una cretina. Li odio.”

“Quando la matrigna non è poi così male, le gelosie della mamma in carica s’impennano”

“Comunque la matrigna di Biancaneve è la prima grande MILF della storia”

“Meno male che la matrigna rifornisce vestiti…così domani Gran Galà senza spendere un €”

“Odio la mia matrigna. E lei odia me.”

 

 

 

(Testo e spionaggio cinguettante di Rossella Calabrò, foto della lettrice Tigrotta )

 

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Basta un poco di zucchero e la pillola va giù, la pillola va giùuu…

 

Una tipologia di uomo in cui può incappare una matrigna appartiene alla specie Pater Incertus Disneyanus. Non perché non si sappia se la paternità della prole sia da attribuire proprio a lui o a qualche personaggio dei cartoni: questi sono fatti dell’ex-moglie. E’ che, con il Pater Incertus,  non è mai certo quando c’è.

E’ certo, invece, quando non c’è. Praticamente sempre. Diciamo che, quando ha conosciuto la sua futura nuova compagna, non si è fatto sedurre dagli attributi classici che un uomo cerca in una donna, tipo l’intelligenza analitica e un’innata abilità a canasta. Quello che l’ha colpito, e affondato, è stato quando una volta che pioveva lei ha aperto un ombrello. Lì, l’occhio gli si è fatto trigliesco – e non perché la signorina lo avesse centrato con il puntale -  e nel suo intimo, su su fino ai corpi cavernosi, è sbocciato l’amore.

Insomma, il Pater Incertus ha visto, nella fanciulla con l’ombrello, qualcosa di più di quello che Vermeer ha visto nella ragazza con l’orecchino di perle. Lui ha visto, e lo ricorda ancora estasiato canticchiando supercalifragilistichespiralidoso, la sua Mary Poppins che vola nell’aere con tanto di stivaletti stringati.

E non è una sua inconfessabile perversione sessuale, ché di giochi di parole con Mary Poppins se ne sono fatti a milioni, no no, la visione celestiale rappresenta qualcosa di molto più essenziale: è quella che si smazzerà la di lui prole in sua assenza.

Tanto, basta un poco di zucchero e la pillola va giù, la pillola va giùuuu…

E ogni tanto torna su.

 

(Testo e foto di Rossella Calabrò, Rossella Calabròooooo)

 

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Viaaa, più veloce di un petardo

 

Mia madre, da me soprannominata affettuosamente Crudelia, ultimamente si appassiona alle vicende matrignesche. Oggi per esempio le stavo raccontando di una mia amica matrigna il cui nuovo marito ha cinque (cin-que) figli, tutti in età tra la pre-adolescenza a l’adolescenza. Mia madre, detta anche Erode oltre che Crudelia, ha commentato: “Eh, quella tua amica lì avrebbe dovuto scappare subito, con anche un bel petardo nel sedere.”

Alla mia domanda relativa all’utilizzo del petardo e all’ubicazione dello stesso, lei mi ha risposto candidamente: “Per scappare veloce come un razzo, no?”

Non me lo sono inventato, questo dialogo è avvenuto realmente due ore fa. Io ho riso per mezz’ora di seguito. Anche perché la Cru è stata educata in collegio dalle Orsoline e, insomma, la storia del petardo mica me la sarei aspettata da lei, che gira sempre con un twin-set, un filo di perle e le sue belle scarpine con la fibbia dorata.

In effetti la mia amica con i cinque figliastri è piuttosto stremata, considerando che è anche incinta e quindi sta per arrivare il sesto petardo, ops, bambino.

Però c’è anche da dire che, se a una piacciono i petardi, ops, i bambini, potrebbe essere una bella esperienza. Potrebbe.

Il problema è che, i veri petardi nel sedere, come sempre, non sono i bambini, ma gli adulti. Che si chiamano adulti per uno strano errore lessicale, un qui pro quo, una papera, insomma una svista di quelle pesanti. No, perché, se uno fa le ripicche, i dispetti e quelle cose lì da bambini, non è mica tanto adulto. Petardo sì, ma adulto pochino.

Cerchiamo di ricordarci sempre che i bambini (nostri o altrui) possono essere, sì, dei terribili rompipetardoni, ma chi accende o non accende la miccia, chi la lascia lunga oppure corta, siamo noi adulti.

Comunque, a capodanno manca un mesetto e mezzo, qualche petardo potremo procurarcelo facilmente nel caso volessimo, come insegna mamma Crudelia, accelerare i nostri (o altrui) eventuali spostamenti. ;-)

 

(Testo di Rossella Calabrò. Foto della lettrice Arietina)

 

 

 

 

 

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E gli ex figliastri? Puf?

 

Una magari a un certo punto della vita si smatrigna. Capita, anche nelle migliori famigliastre.

Però, quello che ha costruito con i figli del proprio ex, dove va a finire?

No, perché, con l’ex, o ci ha litigato, o non sono più innamorati, o si sono regalati un palco di corna che ci si può stendere la biancheria di un albergo. Ma, coi figliastri, mica sono successe queste cose.

E una non può sparire dalla vita di un bambino, o di un ragazzino, così, puf, come Maga Magò. Oppure sì, può sparire, se le fa troppo male riconoscere in quel faccino la faccia del suo ex. Oppure ancora, può succedere che i genitori del figliastro (se è minorenne) le impediscano di vederlo. Certo, una matrigna non è una parente già quando è in carica, figuriamoci quando diventa ex matrigna.

E tutti quegli anni vissuti insieme? Puf?

Puf.

In altri casi, invece, se non si è costruito nulla in termini affettivi, se non se ne ha avuto il tempo o la fortuna, il distacco dai figliastri può essere una liberazione, certo. Un puf seguito da un ahhh. E in altri ancora, invece, il rapporto è continuato al di fuori del matrignato. Molto dipende dalle persone coinvolte, dal loro grado di generosità, di evoluzione, di elasticità.

A qualcuna di voi è successo di fare puf? E com’è andata? O come pensate che andrebbe?

 

 

 

(Testo di Rossella Calabrò. Foto della lettrice Aiec)

 

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Il ratto delle patatine

 

Ieri sera ero a cena da una delle mie figliastre.

Siccome sono vegetariana, e siccome a cena c’era il risotto con lo spezzatino, mi è stata assegnata una porzione in più di riso al posto della carne, con grande invidia degli altri commensali. (Il risotto in effetti era proprio buono e invece lo spezzatino così così).

Siccome sono vegetariana, ne ho approfittato subdolamente per avere anche una doppia porzione di torta, sempre suscitando l’invidia dei carnivori presenti.

Siccome sarò anche vegetariana ma non sono scema, a un certo punto ho letto nello sguardo della mia figliastra un mezzo sorriso di quelli che significano: devo dire una cosa, non resisto, la devo dire, la dico, guarda che la dico, ladicoladicoladico.

Che c’è? le chiedo.

Mpffffffffmmm, mi risponde.

Eddai, la esorto.

Ed ecco che, davanti a tutti, la prole aliena se ne esce col seguente outing, pronunciato con molta ironia, molto affetto, e una punta di sarcasmo (più che una punta, un baobab):

Allora, dovete sapere che la qui presente Rossella, quando io e mia sorella eravamo piccole, ci rubava le patatine fritte.

Ohhhhhh, fa la platea indignata.

La figliastra prosegue: Eh sì, perché il papà cucinava il pollo arrosto con le patatine per tutti ma, con la scusa di essere vegetariana, Rossella si accaparrava una doppia dose di patatine. E noi, che eravamo piccole, sbavavamo ma dovevamo farci bastare la porzione singola.

Noooooooooo, fa la platea vieppiù indignata.

Cioè – continua con l’arringa – si è mai vista un’ADULTA che ruba le patatine a delle bambine?

Buuuuuuuuuuu, fa la platea inorridita.

Io, con ancora un pezzo gigantesco di torta in bocca, commento: (gnaf) primo, non ho ancora terminato il mio processo di trasformazione da bambina ad adulta; secondo, vostro padre avrebbe potuto cucinare più patatine e non ci sarebbero stati problemi; terzo, avrei potuto essere una divoratrice di figliastre invece che di tuberi, ma vi è andata di culo che son vegetariana.

Aaaaaarghhhhh, fa la platea terrorizzata.

Ma qualcuno comincia a ridacchiare col tovagliolo davanti alla bocca, mentre altri approfittano della situazione per rubare, impuniti, l’ultima fetta di torta rimasta incustodita.

 

Morale: non ho pentimenti, sono orgogliosa di essere stata una spudorata divoratrice di patatine fritte, e soprattutto di essermi mostrata, fin da subito, per quella che sono. Poi, con l’affetto che pian pianino sfrigola sul cuore (spesso proprio grazie alla spontaneità), ogni sopruso patatinesco viene perdonato.

Anche perché, prima di essere matrigne, siamo persone.

 

 

(Testo di Rossella Calabrò, foto della lettrice Beautiful)

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Origlio il patrigno

 

Mie matrigne belle, come molte di voi sanno io sono una maniaca dell’origliamento. Mi siedo a far colazione al tavolino del bar, caffè-brioche-sigaretta-giornale, rigorosamente da sola, e intanto, se accanto a me c’è qualcuno dall’aria interessante, origlio. Non resisto, è una cosa che mi affascina più di mille radiosceneggiati. Manco l’annuncio dell’arrivo dei marziani che fece Orson Welles nel ‘38  potrebbe intrigarmi di più.

Insomma, stamattina al tavolino di fianco al mio ci sono due uomini sui quaranta. Io, che mi sono guadagnata una certa rispettabilità nel quartiere, tengo gli occhi bassi sul mio quotidiano, come una donna onorata. Ma alla parola “figliastri” tiro su le orecchie come un volpino, attivo la parabolica, metto le cuffie e parte l’origlio della conversazione tra i due. Che vi riporto in versione integrale, sottotitolata per i non-presenti.

“Sai, perché la mia donna non è che sia molto severa coi suoi figli, gli lascia far tutto, e quest’estate in vacanza è stato un po’ un casino.”

“E’ stata la vostra prima volta tutti insieme, no?”

“Eh sì. Solo che lei pensava che io li mettessi in riga al suo posto, i bambini. Ma io mica sono il padre.”

“Già, che poi magari i bambini ti dicono: ‘cazzo vuoi, tu non sei mio padre.”

“Appunto. Be’, no, cazzo non lo dicono. Però insomma, lei era stanca morta, sai due figli piccoli in vacanza non sono una passeggiata, e allora mi sono detto che, padre o non padre, dovevo darle una mano.”

“Anche perché sennò ‘sti ragazzini ti rompevano i coglioni tutta la vacanza…”

“Eeeeeesatto. Insomma, senza fare scenate, con ironia ma anche con fermezza, mi son messo a distribuire premi e castighi. E ha funzionato, sai? Due an-gio-let-ti.”

“E lei, la tua tipa? Ti ha dato soddisfazione?”

“Me l’ha data. Uh, se me l’ha data.”

“Ahà.”

“Eh beh.”

 

 

(Origlio di Rossella Calabrò. Foto della lettrice Manuela)

 

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