Tag: adolescenti

“Non sono una mamma, sono una persona”

“Non sono una mamma, sono una persona”. Pàffeta, l’altra mattina, con i neuroni ancora tutti uno sbadiglio, quindi senza filtri né censure, mi è uscita questa sentenza che ho rivolto (sorridendo) (abbastanza) alla mia figliastra adolescente.

L’antefatto: la sera prima, venerdì, lei mi aveva detto che avrebbe pranzato volentieri con me (di solito, essendo ormai grande, il sabato mangia con gli amici). Avrei pranzato volentieri anch’io con lei, quindi mi sono liberata dagli impegni, ho organizzato il mio (poco) tempo, eccetera eccetera eccetera. E intanto c’era una vocina piccola piccola dentro di me che mi bisbigliava qualcosa.

E infatti: Ehm, Rossella, contrordine – esordisce la figliastra poco prima dell’ora di pranzo – ho un impegno.

Eccallà, l’adolescente che fa il pacco.

Mi sono ricordata della mia adolescenza e di quando consideravo un impegno con un adulto qualcosa che si poteva tranquillamente annullare all’ultimo momento in quanto non annoverabile tra gli impegni “veri”. Tanto gli adulti, pensavo a quell’età, sono lì a disposizione dei figli, mica hanno una vita privata. (Che fossero a disposizione anche dei figliastri non lo pensavo ma, se mi fossi soffermata sull’ipotesi, mi sarei risposta che, sì, erano a disposizione anche dei figliastri, ovvio, e dei nipoti e di tutta la categoria di personcine che si sentono l’ombelico del mondo).

E così mi è uscita spontanea la fatidica frase.

Poi, facendo pascolare i miei neuroni su un’intera coltivazione di caffè, ho argomentato alla figliastrina la mia uscita. Che non riguardava solo le madri (dato che oltretutto non lo sono), ma i rapporti tra adolescenti e adulti.

L’adolescentessa ha capito al volo, o ha finto benissimo forse perché, appunto, doveva uscire altrettanto al volo.

Morale della favola: le morali sono due.

Morale uno: gli adolescenti sono fatti così. E non bisogna prenderla come un affronto personale. Tra l’altro anche noi eravamo così, chi più (io), chi meno.

Morale due: sputare i rospi fa benissimo. Se me ne fossi stata zitta avrei accumulato quel po’ di rancoretto che mi avrebbe intossicato il pranzo (peraltro improvvisamente libero e passato a prendere il sole sul balcone, beata). Invece così, sput!, io mi sono liberata del rospo rancoroso, lei ha capito, e la prossima volta, be’, la prossima volta con ogni probabilità lei lo farà ancora. Del resto, diciassette anni si hanno una volta sola, e oltretutto se non si infrangono le regole a quell’età, quando lo si fa?

Ah, visto che oggi è il 12 maggio: buona Festa della Persona a mamme e matrigne. ;-)

 

 

(Testo e foto di Rossella Calabrò)

 

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Figli e figliastri: libretto di istruzioni

 

Avete acquistato presso la nostra ditta un figlio o un figliastro? Complimenti! Eccovi il libretto di istruzioni, del tutto gratuito, che ci eravamo dimenticati di allegare.

Nozione base: il figlio o figliastro (chiamiamolo Esemplare F), nonostante le apparenze talvolta demoniache, è in tutto e per tutto un bambino o un adolescente appartenente alla razza umana. Ciò si nota agevolmente appoggiando l’esemplare con cautela per terra e osservandolo a distanza di sicurezza, talvolta con una maschera antigas. Se per caso nei suoi occhioni notate una pupillina stretta stretta, tipica dei cobra, non fateci caso, probabilmente avete solo sbagliato il lavaggio. La prossima volta usate l’anti-infeltrente, che potete riciclare per i vostri capelli in caso di pioggia.

Una nota: se non vi riconoscete nei comportamenti di un Esemplare F, se pensate insomma che alla sua età non eravate così, avete probabilmente ragione. Ma alla vostra età i genitori erano diversi, voi eravate diverse, e anche la società era diversa, quindi non accanitevi a cercare differenze, perché le troverete tutte, ma sarà una pedalata a vuoto che vi farà solo venire due polpaccioni così. Limitatevi ad accettare, eventualmente capire, e sicuramente gestire. Comunque noi, per politica aziendale, non accettiamo resi. Eh no.

1

Se l’Esemplare F acquistato presso la nostra onorata ditta è di sesso femminile, vi consigliamo di ordinare anche, presso la farmacia con noi convenzionata o dallo spacciatore nei giardinetti sotto casa, un poderoso kit di psicofarmaci da tenere sul comodino.

In ogni caso vi informiamo che la gelosia femminile è un fatto inevitabile che si verifica sia tra matrigne e figliastre, sia tra madri biologiche e figlie biologicissime. Sono stati scritti fiumi di parole su Edipo, Elettra, e tutti quei complessi lì che non suonano ma che ce le suonano.

Inoltre è bene sappiate, esimie clienti, che noi non accettiamo reclami in quanto i problemi non dipendono dalla qualità della nostra fornitura, ma dai capricci della Natura S.p.A. Che non ha alcun legame commerciale con noi.

2

Se avete acquistato un modello “Baby”, osservate attentamente la dicitura tatuata sulla nuca, appena sotto la zona dove si annidano plotoni di pidocchi: il Baby richiede una quantità smodata di attenzioni. Ma smodata-smodata. Del resto è nella sua fisiologia. Vi siete mai chieste perché le voci dei cuccioli, d’uomo o di qualunque altro mammifero, sono così stridule e ricche di decibel? Proprio perché la natura ha dotato i piccoli di corde vocali da stadio, in modo da essere sentiti dagli adulti, in caso di bisogno, anche a distanze galattiche. In effetti il kit di teletrasporto“Galassia Lontana” che avevamo commercializzato recentemente è stato un flop, perché le voci dei nostri modelli Baby arrivavano a rompere i timpani, e non solo, anche su Betelgeuse e pianeti limitrofi.

3

Specifico per matrigne: se ritenete che il vostro Esemplare F sia maleducato, andate a osservare la dicitura che abbiamo tatuato sotto la sua chiappa destra: dice che, in casa vostra, voi siete libere di imporre le vostre regole, impostando adeguatamente l’appostito chip posto sotto la sua ascella sinistra. A casa sua il chip ascellare verrà ri-impostato in altro modo, poi di nuovo a casa vostra nell’altra modalità e così via. Ma niente paura, i nostri chip in silicio extra-stronz sono praticamente indistruttibili, a differenza vostra. Quindi continuate pure a regolarli ogni santo giorno allargato. Alla fine il chip si autoregolerà autonomamente, senza necessità di un vostro intervento. Garantite o rimborsate. (Naaaa, scusate, questa era una battuta, niente rimborso).

N.B. Ci scusiamo per non aver allegato le istruzioni prima, causando alcuni disguidi con la precedente fornitura di Esemplari F. Fotocopiate e distribuite a chi era rimasta senza.

Ah, dimenticavamo: auguri!

 

La Direzione

 

(Testo e foto dello shampoo anti-infeltrente di Rossella Calabrò) ;-)

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Me l’ha detto un uccellino (che si chiama Twitter)

Dovete sapere che io sono curiosa. Molto curiosa. Così oggi mi sono presa la briga di passare un bel po’ di tempo su Twitter a spulciare tutti i tweet che contengono la parola “matrigna”.

Per fortuna molti parlano del Club, del nostro blog, dei miei libri matrigneschi o delle interviste da “matrigna buona” che ho rilasciato. Ma ce ne sono moltissimi altri, scritti da figliastri e figliastre, che fanno pensare.

Ve ne copio-incollo un po’, così poi li decodifichiamo insieme e magari impariamo qualcosa in più sui rapporti con la prole aliena. Perché è inutile offendersi, mentre è molto utile cercare di capire cosa passa nella loro testa.

Passo a riportarvi il mio mini-spionaggio cinguettante.

 

“La mia matrigna è una stronza. #Sapevatelo.”

“Che tenerezza, la mia matrigna è venuta con me per l’ecografia e si è commossa.”

“‘La tua matrigna è brava a capire le adolescenti’ ‘forse perché l’anno scorso era una di loro’ AHAHAHAHAHAHAHAHAH”

“Mi sono trasformata in cenerentola e lustro la casa mentre la matrigna è al mare a riposarsi”

“Papa’ alla riunione, matrigna ad una festa e io a casa con le sorelle.. Come sempre”

“La mia matrigna ha fatto le lasagne. Il mio piatto preferito. Ora mi commuovo…”

“Matrigna picchia e tratta da sguattera la figliastra: patteggia 8 mesi di carcere”

“#Confessione: ho messo lo spazzolino della mia matrigna nel cesso, LOL”

“Storie americane. Per punizione, matrigna e nonna la costringono a correre per ore: muore disidratata bimba di 9 anni.”

“Mio padre e la matrigna a parlare tra loro, e io zitta come una cretina. Li odio.”

“Quando la matrigna non è poi così male, le gelosie della mamma in carica s’impennano”

“Comunque la matrigna di Biancaneve è la prima grande MILF della storia”

“Meno male che la matrigna rifornisce vestiti…così domani Gran Galà senza spendere un €”

“Odio la mia matrigna. E lei odia me.”

 

 

 

(Testo e spionaggio cinguettante di Rossella Calabrò, foto della lettrice Tigrotta )

 

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Smamma?

 

Ho ritrovato questo capitolo del mio “Di matrigna ce n’è una sola”, e ve lo copio-incollo, magari da leggere alle vostre figliastre. Figliastre che io nel libro chiamo “husky”, perché secondo me gli adolescenti e i pre-adolescenti hanno tutti quello sguardo lì, da bellissimi cani da slitta che guardano sempre lontano, oltre l’orizzonte, apparentemente imperturbabili e invece nel pieno di una tempesta emotiva (e, be’ anche ormonale).

“Pensa, mia husky: se un giorno diventerai anche tu una matrigna, avrai già il tuo Club bell’e pronto, dove incontrare altre matrigne come te. Che poi, il Club, io l’ho fondato proprio perché ti ho conosciuto, sennò mica sarei diventata matrigna. E, soprattutto, l’ho fondato perché sono una matrigna felice di esserlo, così posso passare la mia forza, e la mia esperienza positiva, alle matrignette novizie.

Sì, husky, lo so che i primi anni tra noi non sono stati tutti rose e fiori di melo, ma poi abbiamo trovato un equilibrio, no?

Un po’ di veleno della mela te lo sei sgranocchiato tu, il resto me lo sono mangiato io, qualche morsetto gliel’ha dato anche il tuo papà, ma poi è rimasto un bel torsolo, pulito pulito, senza veleno e con tanti semini ancora da latte. I semini hanno germogliato, ed eccoci qua con questo albero genealogico un po’ allargato, ma forte e sano.

Sai, l’altro giorno pensavo a un nome alternativo a matrigna, che è un nomaccio che ti fa partire già col piede sbagliato. A un certo punto mi è venuto in mente che, essendo io una non-mamma, il nome potrebbe essere “s-mamma”. Poi mi sono messa a ridere da sola, perché, tu mi insegni, husky scolare, smamma è l’imperativo del verbo smammare. E sai quante matrigne smammano perché le figliastre non sono dolci e limpide come te? Oppure perché le matrigne stesse si irrigidiscono sulle loro posizioni e non riescono ad avere un rapporto spontaneo con voi piccoli alieni dagli occhi di ghiaccio? E sai di chi è la colpa di tutto questo? No, per una volta non do la colpa agli uomini, guarda.

La colpa è di una signora vecchia e brutta che si chiama Paura. Una signora stronzissima che si intrufola dappertutto, e che fa venire a tutti il maldipancia. Hai presente quel maldipancia che ti prende quando c’è la verifica di matematica? Ecco, quello. La Paura ti blocca lì, rigida e fissa come uno stoccafisso e, stoc, non ti molla più, neanche col disgelo.

E’ lei che fa casino, sai? E’ lei che fa pensare a tutti i componenti della famiglia ricostituita, e anche agli ex componenti, che col nuovo assetto non contano più niente, che nessuno gli vuole bene come una volta.

Ma l’amore non è una torta di mele, che a un certo punto finisce. L’amore è una cosa che, come l’appetito, vien mangiando. Insomma, più ami, più ti vien voglia di amare. Però la Paura, questa cosa, mica te la dice. Anzi, la tiene ben nascosta sotto le sue puzzolenti gonnellone da strega. Essì, perché la vera strega è lei, non la matrigna.

La matrigna, mia huskina, mi sa che assomiglia molto di più a Biancaneve. Ma tu, shhhh, non dirlo a nessuno, che poi la casa si riempie di nani, e qui ci sei già tu, mia nanerottola-bau.”

 

Tratto da “Di matrigna ce n’è una sola” di Rossella Calabrò, Sonzogno editori.

Foto di Rossella Calabrò

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Viaaa, più veloce di un petardo

 

Mia madre, da me soprannominata affettuosamente Crudelia, ultimamente si appassiona alle vicende matrignesche. Oggi per esempio le stavo raccontando di una mia amica matrigna il cui nuovo marito ha cinque (cin-que) figli, tutti in età tra la pre-adolescenza a l’adolescenza. Mia madre, detta anche Erode oltre che Crudelia, ha commentato: “Eh, quella tua amica lì avrebbe dovuto scappare subito, con anche un bel petardo nel sedere.”

Alla mia domanda relativa all’utilizzo del petardo e all’ubicazione dello stesso, lei mi ha risposto candidamente: “Per scappare veloce come un razzo, no?”

Non me lo sono inventato, questo dialogo è avvenuto realmente due ore fa. Io ho riso per mezz’ora di seguito. Anche perché la Cru è stata educata in collegio dalle Orsoline e, insomma, la storia del petardo mica me la sarei aspettata da lei, che gira sempre con un twin-set, un filo di perle e le sue belle scarpine con la fibbia dorata.

In effetti la mia amica con i cinque figliastri è piuttosto stremata, considerando che è anche incinta e quindi sta per arrivare il sesto petardo, ops, bambino.

Però c’è anche da dire che, se a una piacciono i petardi, ops, i bambini, potrebbe essere una bella esperienza. Potrebbe.

Il problema è che, i veri petardi nel sedere, come sempre, non sono i bambini, ma gli adulti. Che si chiamano adulti per uno strano errore lessicale, un qui pro quo, una papera, insomma una svista di quelle pesanti. No, perché, se uno fa le ripicche, i dispetti e quelle cose lì da bambini, non è mica tanto adulto. Petardo sì, ma adulto pochino.

Cerchiamo di ricordarci sempre che i bambini (nostri o altrui) possono essere, sì, dei terribili rompipetardoni, ma chi accende o non accende la miccia, chi la lascia lunga oppure corta, siamo noi adulti.

Comunque, a capodanno manca un mesetto e mezzo, qualche petardo potremo procurarcelo facilmente nel caso volessimo, come insegna mamma Crudelia, accelerare i nostri (o altrui) eventuali spostamenti. ;-)

 

(Testo di Rossella Calabrò. Foto della lettrice Arietina)

 

 

 

 

 

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E gli ex figliastri? Puf?

 

Una magari a un certo punto della vita si smatrigna. Capita, anche nelle migliori famigliastre.

Però, quello che ha costruito con i figli del proprio ex, dove va a finire?

No, perché, con l’ex, o ci ha litigato, o non sono più innamorati, o si sono regalati un palco di corna che ci si può stendere la biancheria di un albergo. Ma, coi figliastri, mica sono successe queste cose.

E una non può sparire dalla vita di un bambino, o di un ragazzino, così, puf, come Maga Magò. Oppure sì, può sparire, se le fa troppo male riconoscere in quel faccino la faccia del suo ex. Oppure ancora, può succedere che i genitori del figliastro (se è minorenne) le impediscano di vederlo. Certo, una matrigna non è una parente già quando è in carica, figuriamoci quando diventa ex matrigna.

E tutti quegli anni vissuti insieme? Puf?

Puf.

In altri casi, invece, se non si è costruito nulla in termini affettivi, se non se ne ha avuto il tempo o la fortuna, il distacco dai figliastri può essere una liberazione, certo. Un puf seguito da un ahhh. E in altri ancora, invece, il rapporto è continuato al di fuori del matrignato. Molto dipende dalle persone coinvolte, dal loro grado di generosità, di evoluzione, di elasticità.

A qualcuna di voi è successo di fare puf? E com’è andata? O come pensate che andrebbe?

 

 

 

(Testo di Rossella Calabrò. Foto della lettrice Aiec)

 

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Tutti da papy e matry

 

Giusto per seminare un po’ di terrore, che tanto siamo già spaventate per le vacanze allargate in arrivo, lancio un argomento un po’ esplosivo per le nostre coronarie: e se a un certo punto i figli del nostro compagno decidessero/chiedessero di venire ad abitare stabilmente con papy e matry?

E’ un’evenienza abbastanza rara, ma può verificarsi in qualunque momento. Ovviamente sto parlando di figliastri almeno adolescenti, in pieno possesso delle loro facoltà mentali (adolescenza permettendo), che scelgano di trasferirsi dal padre non per un capriccio o per uno sclero momentaneo con la madre, ma per una scelta più o meno ragionata (sempre adolescenza permettendo).

Gli equilibri della coppia ovviamente verrebbero buttati giù come birilli del bowling, ma forse (fooooorse) potrebbe essere un’occasione per crescere, per conoscere meglio se stessi, per misurare i propri limiti ma anche per scoprire una forza che non pensavamo di avere. Oppure può essere una catastrofe totale, sia per la coppia che per i figliastri che, quella forza lì, mica ce l’avevano. Oppure ancora, mezzo e mezzo.

A qualcuna di voi è successo? Com’è andata? (Come sta andando?)

Dai, che vi ho regalato un bel brividone nonostante i 32 gradi di temperatura. ;-)

 

 

(Testo, e foto con spaghetto dato l’argomento, di Rossella Calabrò)

 

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Outing su mia madre


Non ho mai parlato seriamente di mia madre. Adesso, per la prima volta nella mia vita, forse mi sento pronta, e ci provo, qui con voi.

Mia madre si è sposata a ventun anni. E a ventidue sono nata io. Era giovanissima, mia madre, e bellissima.

L’adolescenza, lei non l’ha mai vissuta. Medie e liceo in collegio, dalle suore, senza la possibilità di fare una cazzata, di disobbedire, di raccontare una bugia, di baciare un ragazzo. L’unica cosa che ha fatto – e lo racconta come un’impresa titanica – è stata quella di procurare alle sue compagne di collegio, una domenica sera, dell’acqua ossigenata con la quale di notte tutte le ragazze si sono intrise i capelli. Per poi, l’indomani mattina, presentarsi in classe come un esercito di piccole e biondissime Marilyn Monroe, suscitando l’orrore delle morigerate suorine. Questa è stata l’unica iniziativa sopra le righe che mia madre si è permessa di prendere nella sua vita. Poi, il matrimonio e la vita da madre e da casalinga l’hanno sopraffatta.

Non ci assomigliamo, io e mia madre. Né fisicamente (purtroppo: lei ha dei lineamenti perfetti), né come carattere. Lei è ordinata, non cede alle emozioni, detesta le novità, non si fida della gente, è cinica. Io, esattamente il contrario.

Ho cominciato a contestarla, come da copione, nell’adolescenza. Senza smettere mai di farlo, con diverse modalità, fino a oggi. Non mi piaceva come si pettinava, come si vestiva, non mi piacevano le sue scelte di vita (come se, negli anni Sessanta, si potesse davvero scegliere). Non mi piaceva la sua apparente freddezza, la sua chiusura verso il mondo, e soprattutto la sua totale e incondizionata dedizione a mio padre. Quella sudditanza che, dall’incommensurabile altezza dei miei quindici anni, giudicavo inammissibile.

Poi, un giorno di poco tempo fa, l’ho vista.

Ho visto mia madre, e l’ho riconosciuta come persona. Come donna.

E’ successo che l’ho sorpresa nel momento in cui, credendosi non vista, si è messa a sbuffare mentre mio padre parlava. Un piccolo e subacqueo moto di ribellione, il primo dopo cinquantaquattro anni di impassibilità.

Lei ha visto che io l’ho vista. Io le ho sorriso. Lei anche.

E’ nato, in quel momento, un germoglio di complicità. Il primo. Magico.

Io, alle porte dei miei cinquantatré anni, finalmente sento di volere bene a mia madre. E’ la prima volta che lo penso davvero. Questa emozione mi ha sconquassato.

E’ anche grazie a voi, mie lettrici, che ho riconosciuto mia madre come donna. E’ anche frequentando voi, ogni giorno, che l’ho vista come una di noi, una che potrebbe scrivere qui, raccontandosi con straziante sincerità, ammettendo sentimenti inconfessabili, tentando di ribellarsi e poi magari non avendo il coraggio, o gli strumenti, per farlo.

Forse sto uscendo dall’adolescenza emotiva grazie a voi, mie bellissime matrigne.

E penso che, insieme, siamo una forza immensa.

 

(Testo e foto di Rossella Calabrò)

 

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I miei genitori, divorziare? Naaa, son troppo vecchi: han quarant’anni

A causa dell’influenza, sono stata tre giorni chiusa in casa senza parlare praticamente con anima viva, a parte qualche commento pieno di sternuti qui sul nostro blog. (Spero non vi siano arrivati sputacchi e bacilli).

Ieri sera invece: decido di essere guarita (bugia) e vado col mio legittimo – seppur di terza mano – consorte a sentire degli amici che suonano in un locale.

A un certo punto esco in giardino perché la musica col volume a palla mi sta rintronando, e mi siedo su un gradino. Lì mi accorgo che è seduta anche una ragazzina molto dark con uno shar-pei biondo. Li conoscete, no, quei cagnoloni con la pelle tutta plissettata? Ecco, ovviamente non resisto, e gli pastrugno il testone di velluto. Poi scopro che il plissettato si chiama Babau, che è il nome che io ho sempre sognato di dare a un cane, e lo pastrugno ancora di più.

Però però però, siccome eran tre giorni che stavo zitta, per la povera ragazzina dal cane plissé e dagli smokey eyes, inizia un incubo: le attacco un bottone dietro l’altro su qualunque argomento. Bla bla bla, figuratevi, avevo tre giorni di mutismo da smaltire, povera lei. Ma lei pare gradire. Tant’è che arriva una sua amica, coetanea, e si aggiunge al terzetto chiacchierino formato da Ragazzina Uno, Babau, e Sottoscritta.

Insomma, parliamo di animali, ovvio, ma poi anche di eutanasia, di medicina e industria farmaceutica, di viaggi, di libri, di un sacco di argomenti abbastanza impegnativi.

Le ragazzine, con mio sommo stupore, sono attente alla realtà, informate, curiose, aperte al mondo e alle idee degli altri, persino degli adulti come me.

E allora, zàcchete, alla domanda: Ma tu di cosa ti occupi? io, in vena di proselitismo, racconto a ragazzine e Babau del Club delle Matrigne. Babau sbadiglia, le girl ascoltano interessate, ma poi una delle due commenta:

Mia madre e mio padre non potrebbero mai divorziare: son troppo vecchi.

Ah, ma quanti anni hanno? chiedo temendo il peggio. Infatti:

Euhhh, un sacco, tipo quaranta.

Gasp.

E questo gasp corrisponde al pensiero che, nonostante queste ragazzine fossero il meglio che potessi incontrare in fatto di ragazzine, se una è figlia, i genitori possono essere anche giovani, ma sono comunque percepiti come vecchi, e quindi asessuati, e quindi non innamorabili.

Poi ovvio che, di fronte alla realtà, le ragazzine (e i ragazzini) si adeguano e, spesso con fatica, capiscono. Ma il primo pensiero è proprio: Naaa, i miei genitori mica fanno ‘ste cose.

Per questo, come dicevo nel mio vecchio blog quattro anni fa, la matrigna rappresenta, tra i vari orrori, anche l’orrore che mamma e papà hanno una sessualità. Perché – pensa la ragazzina – se il papà dorme con la matrigna, che non è mia mamma (quindi asessuata) ma una donna (quindi sessuata), significa che (gasp, sput) quei due scopano. E se papà scopa, allora sta a vedere che scopa anche mammà (doppio gasp, doppio sput). E queste cose non son tanto facili da affrontare, né da piccoli, e nemmeno a vent’anni.

E per questo, come ho sempre sostenuto e di cui ho trovato conferma ieri in un libro (*), alla matrigna va costruito, ex novo, un ruolo preciso. Che è ancora da inventare, ma che, sostanzialmente, non è quello di una seconda madre perché non ci sono né primi né secondi da stabilire ma solo persone, non è quello di un’amica perché svilirebbe il suo ruolo di educatrice e quello di accudimento, non è quello di nemica perché vabbe’ non vale, ma è quello di matrigna. Una Nuova Matrigna, contemporanea, attualizzata, attinente alla realtà. Che la società, pian pianino (uff) possa finalmente metabolizzare, smettendo di demonizzare. (Cosa che qui, nel nostro piccolo, stiamo facendo da anni). :-) Questo lavoro è anche in mano a ognuna di noi.

Per tranquillizzarvi, sappiate che poi ho smesso di attaccar bottone alle ragazzine, anche perché mi sono resa conto che, se avessero avuto anche sola mezza intenzione di cuccare lì al locale, con un’adulta logorroica seduta sul gradino con loro, non avrebbero combinato un granché. E mica volevo che per colpa mia poi cuccassero, tardivamente, un uomo divorziato con prole.

 

(Testo e foto di Rossella Chiacchierò)

 

(*) Il libro di psicanalisi che cito, in libreria dal 9 maggio, è “Chi è la più cattiva del reame?” di Laura Pigozzi

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Coza ezzere qvesto tisortine?

 

Una sera come tante. Tutti i familiari sono riposti con ordine nei propri letti, e io sono pronta per la ronda notturna. In agenda ho le solite cose: controllare che il gas sia chiuso, il cellulare in carica, il computer spento. Accendo la lavastoviglie, e mi dirigo verso il soggiorno per l’ultima sigaretta.

Ma ecco che l’occhio mi cade (splat) sul tavolino tra i divani. Dove si staglia il contorno inquietante di un grumo di bucce di mela accartocciato, insieme a una tazza incrostata di latte e cereali che ormai nemmeno il napalm può riportare allo stato originario di innocua porcellana.

La porcellana, intesa questa volta come colei che abbandonò bucce e tazze lì all’addiaccio, se la dorme bellamente.

Ora, è vero che io – che sono diseducativa e caciarona e golosa – da anni rappresento un cattivo esempio per la prole altrui proponendo spesso, verso le dieci e mezzo di sera, un amabile dopocena con la scusa che così l’indomani mattina siam già a posto con la colazione. Ma è anche vero che poi, i resti della colazione anticipata, si lavano e si mettono via.

Caso vuole che la mia piccola complice di bagordi imprudentemente esca dalla tana perché si è dimenticata il caricabatterie in soggiorno.

 

- Kosa tu fare qvi, pikkola porzellana?

- Yawn, mi ero dimenticata di caricare il cellu.

- Tu ezzerti timenikata anke altra kosa, kara telefonista tei miei stifali.

- Hehehe, timentikato orekkini?

- Nein! Tu vetere bucce ti mela zu tafolino?

- Ops. Io vetere, yaaa.

- E tazza sporca ta skifo, zempre zu tafolino?

- Hehehe. Vetere anke qvella.

- Ekko. Ora tu fare zparire alles, yaaa?

- Yaaaa.

- Brafa. Tu ora cresce con zani prinzìpi. E zu tafolino non cresce muffa.

 

Due minuti dopo: l’adolescente torna nella sua cameretta scuotendo la testa e pensando, con ogni probabilità: matrigna rompicazzen. Ma le bucce di mela sono nella spazzatura, e la tazza, riempita di acqua (calda), nel lavandino.

Sempre detto, io, che studiare le lingue è molto utile.

 

 

Testo e foto di Rozzella Kalabrò

 

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