In questi giorni di Salone del Mobile, osservavo la mia casa. Non c’è un singolo mobile che sia umanamente possibile accostare a un altro mobile senza creare una Babele di stili. Per forza: alle mie spalle ci sono precedenti unioni che hanno portato, oltre a una folta prole, una caterva di arredi che rispecchiano, ognuno, il gusto delle varie signore che mi hanno preceduto.
Alcune cose, tipo tende, tovaglie, stoviglie varie, negli anni si sono logorate – aiutate nell’eutanasia da lavaggi impropri in lavatrice o da accidentali (‘nsomma) cadute per terra. Ma altre cose, tipo i mobili, mica si possono eliminare così facilmente.
Una delle numerose signore che mi hanno preceduto, per esempio, pare amasse lo stile classico, magari le scappava anche un centrino di pizzo sul tavolo, mentre un’altra pare fosse un’adepta del rigore formale, del total white, peggio di un dentifricio. Io, che sono un’ex fricchettona, sono tutta arancioni, rossi, viola, e mi scappa spesso qualche perlina luccicante e qualche kilim o un narghilè.
Ora, come pretendere che tra un centrino di pizzo inamidato e un cubo di marmo bianco si instauri un proficuo dialogo? Come sperare che un arazzo indiano intrecci una relazione serena con un letto a castello svedese? Come pensare che un elefantino di terracotta non prenda a proboscidate un’ochetta Swarovski?
E allora, guardiamo le nostre case ricostituite, matrigne, e rendiamoci conto che, il tutto coordinato e perfettino, non l’otterremo mai. Né in casa, né nell’anima.
Per fortuna, dicono gli interior designer, vanno di moda le contaminazioni stilistiche. Noi c’abbiamo anche quelle desossiribonucleiche. Che culo.
Testo e foto di Rossella Calabrò
















