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Siamo uomini o polli?

 

Dimmi cosa mangi e ti dirò chi sei. Mai affermazione fu più veritiera: a causa degli estrogeni introdotti artificialmente in molti alimenti, in particolare nel pollame, è in atto una graduale ma inesorabile mutazione del cervello maschile. Questa trasformazione, che rende i neuroni un po’ femminili (ma solo i neuroni, eh, niente paura, le parti basse restano intatte), fa sì che gli uomini, finalmente, stiano imparando ad ascoltare le donne.

Un esempio? I nostri scienziati, mandati in ricognizione presso cento coppie-campione, hanno registrato conversazioni davvero eloquenti. Le donne hanno parlato di scarpe, e gli uomini non hanno reagito con il solito grugnito distratto, ma anzi hanno preso parte alla discussione, intervenendo persino a tono e dichiarando che, quest’anno, si sa, i tacchi scenderanno di un paio di centimetri. Le donne hanno parlato di ombretti glitterati, e gli uomini non si sono suicidati inghiottendo sei confezioni di ciglia finte. E anche argomenti quali il colore delle tende o un nuovo servizio di piatti color melanzana – di cui davvero non si può fare a meno al giorno d’oggi – hanno suscitato un interesse del tutto inedito.

Quegli stessi uomini che, prima degli estrogeni, attivavano i padiglioni auricolari solo per ascoltare la tivù, ora discettano garruli su creme anticellulite, candele profumate, o sull’imprescindibile questione capelli scalati sì, capelli scalati no.

Insomma, l’empatia sta per regnare sovrana in ogni casa, l’incomunicabilità di coppia sarà solo un brutto ricordo, e i divorzi caleranno drasticamente. Persino le relazioni extra-coniugali subiranno una rassicurante riduzione. Perché ovviamente anche il sesso coniugale, in questa nuova era, andrà meglio. Più fantasia, più romanticismo, più zone erogene da esplorare, più attenzione alle esigenze femminili. E gli uomini capiranno finalmente che, per le donne, una frase come “sei dimagrita” è più erotizzante di mille immagini o manovre a luci rosse.

Che gli estrogeni contenuti nei poveri polli siano la soluzione contro il disfacimento del sacro vincolo del matrimonio e lo sgretolamento della morale?

Ebbene sì. E un nuovo, radioso futuro ci attende.

Pesce d’Aprile.

 

(Testo e foto di Rossella Calabrò)

 

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Basta un poco di zucchero e la pillola va giù, la pillola va giùuu…

 

Una tipologia di uomo in cui può incappare una matrigna appartiene alla specie Pater Incertus Disneyanus. Non perché non si sappia se la paternità della prole sia da attribuire proprio a lui o a qualche personaggio dei cartoni: questi sono fatti dell’ex-moglie. E’ che, con il Pater Incertus,  non è mai certo quando c’è.

E’ certo, invece, quando non c’è. Praticamente sempre. Diciamo che, quando ha conosciuto la sua futura nuova compagna, non si è fatto sedurre dagli attributi classici che un uomo cerca in una donna, tipo l’intelligenza analitica e un’innata abilità a canasta. Quello che l’ha colpito, e affondato, è stato quando una volta che pioveva lei ha aperto un ombrello. Lì, l’occhio gli si è fatto trigliesco – e non perché la signorina lo avesse centrato con il puntale -  e nel suo intimo, su su fino ai corpi cavernosi, è sbocciato l’amore.

Insomma, il Pater Incertus ha visto, nella fanciulla con l’ombrello, qualcosa di più di quello che Vermeer ha visto nella ragazza con l’orecchino di perle. Lui ha visto, e lo ricorda ancora estasiato canticchiando supercalifragilistichespiralidoso, la sua Mary Poppins che vola nell’aere con tanto di stivaletti stringati.

E non è una sua inconfessabile perversione sessuale, ché di giochi di parole con Mary Poppins se ne sono fatti a milioni, no no, la visione celestiale rappresenta qualcosa di molto più essenziale: è quella che si smazzerà la di lui prole in sua assenza.

Tanto, basta un poco di zucchero e la pillola va giù, la pillola va giùuuu…

E ogni tanto torna su.

 

(Testo e foto di Rossella Calabrò, Rossella Calabròooooo)

 

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Harry ti presento Matry

 

Ieri sera sono andata a teatro, e c’era la mia figliastra più grande con alcuni suoi amici che non conoscevo. Fa le presentazioni: questo è mio papà, e questa è Rossella.
Matrigne, ma lo sapete che ieri mi è sembrato molto, molto meglio essere presentata come “Rossella” che non, come avevo sotto sotto preteso fino a qualche anno fa, “la moglie di mio papà”?

Cioè, questa è Rossella. Punto. Poi, se vuoi più informazioni, siam tutti a disposizione, con un albero genealogico grande come un baobab.
Ieri sera mi è sembrato che stare a spiegare esattamente il mio stato anagrafico sarebbe stata una forzatura.
Ieri sera ho pensato che dopo tanti di matrignato le cose dentro di me sono davvero cambiate. E che se questo mio cambiamento interiore avvenisse (come avverrà) in tutte noi, e in tutti noi in genere, l’avremmo svoltata.
Questa è Rossella. Punto.
Questa è Rossella che non ha più paura di non essere nessuno, nell’ambito della famiglia ricostituita.
Certo, prima di arrivare a questo rossellamento, è necessaria la fase “Questa è la moglie/compagna di papà”. Perché altrimenti, se non si ha il coraggio di specificarlo, non si comincia mai a costruire. Ma una volta messi uno sopra l’altro un bel po’ di mattoncini affettivi e sociali ci si può rilassare. E magari godersi quel “Questa è Rossella” con un’espressione un po’ misteriosa, della serie: prova a indovinare chi sono? (Che è infinitamente meglio di quella da Piccola Fiammiferaia, della serie: non provarci neanche a indovinarlo, fatica sprecata, tanto non sono nessuno).
Dai, dai, dai matrigne, come diceva Gandhi: sii tu stesso il cambiamento che vuoi vedere nel mondo. Prima di fare le gandhesse però, ovvio, ci tocca combattere per un po’.
Ah, ripensandoci: se invece degli amici della mia figliastra ci fossero state delle amiche del mio legittimo sposo e lui mi avesse presentato solo come “Rossella”, e non come “mia moglie”, l’avrei scuoiato vivo, e fanculo anche al misticismo indiano.

 

(Testo e foto di Rossella Calabrò) (Rossella chi?) ;-)

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“I genitori si erano separati”

 

Oggi volevo scrivere un post leggero e divertente, ma, scusatemi, non ho resistito. (Io in realtà non resisto mai, sono totalmente preda delle decisioni che prende la mia pancia). Insomma, stamattina sul giornale ho letto un articolo, terribile, e mi è impossibile non dirvi cosa ne penso.
Il titolo è straziante: “Bimbo di dieci anni si impicca in bagno.” Ovviamente mi sono venuti i brividi e non sono riuscita a togliermi dalla testa il fatto per tutto il giorno, come immagino sia successo a chiunque abbia letto il pezzo.
Ma volevo parlarvi del sottotitolo, perché anche quello non me lo sono più tolto dalla testa: “I genitori si erano separati”. Uhm. Vado a leggermi l’articolo e scopro che i genitori si erano, sì, separati, ma quattro (quat-tro) anni fa. E che la motivazione del suicidio è stata, come dire, diagnosticata dai nonni (che mica fanno gli psicanalisti di mestiere).

No, dico, ma i genitori di questo bambino, già abbastanza straziati per averlo perso, devono anche sentirsi dire che, quasi quasi, la colpa è stata loro? Nessuno ha pensato per esempio al bullismo, che distrugge i bambini più fragili? (O più soli, certo). Nessuno ha pensato alla tivù spazzatura che viene propinata ogni santo giorno ai piccoli? O a certi terrificanti videogame? Sì, nell’articolo si citano, certo, ma, porcaccia la miseria, nel sottotitolo si spara subito a zero sul sacro vincolo coniugale infranto. “Non ha mai superato la rottura tra mamma e papà”, si titola anche più sotto. Poi si aggiunge: “Ma tra le ipotesi spunta anche il gesto emulativo”. Ah, ecco.
Io però non voglio fare la solita sparata sui giornalisti, e non me la prendo, tutto sommato, nemmeno con i nonni di questo bambino. Ognuno fa il proprio mestiere, e anche i nonni, nel loro mestiere di nonni, non hanno saputo trovare altre spiegazioni se non quella più semplice per la loro mente, quella che stava loro più a cuore, cioè la separazione dei genitori del nipotino.

Io sparo a zero su tutti noi.

Perché, se viene così facile dichiarare nero su bianco, come prima ipotesi, quella del disagio da figlio di separati, significa che il terreno è ancora fertile, fertilissimo per far germogliare frasi del genere. Significa che, a quarant’anni dalla legge sul divorzio, in Italia c’è ancora tanto, ma proprio tanto da fare, per tutti. E allora, per favore, facciamolo. Anche nelle più piccole cose di tutti i giorni.

Facciamolo anche noi matrigne: quando dichiariamo che siamo le nuove compagne, o mogli, di un uomo separato, facciamolo a testa alta, in modo che i luoghi comuni si sentano piccoli piccoli, e ci guardino dal basso, fino a sparire. Perché al dolore immenso di un lutto non si aggiunga anche il dolore straniante di un pregiudizio collettivo.
Abbraccio virtualmente i genitori di questo bambino, e abbraccio anche lui, dovunque sia.

 

(Testo di Rossella Calabrò, foto della lettrice Belle-Mère)

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E gli ex figliastri? Puf?

 

Una magari a un certo punto della vita si smatrigna. Capita, anche nelle migliori famigliastre.

Però, quello che ha costruito con i figli del proprio ex, dove va a finire?

No, perché, con l’ex, o ci ha litigato, o non sono più innamorati, o si sono regalati un palco di corna che ci si può stendere la biancheria di un albergo. Ma, coi figliastri, mica sono successe queste cose.

E una non può sparire dalla vita di un bambino, o di un ragazzino, così, puf, come Maga Magò. Oppure sì, può sparire, se le fa troppo male riconoscere in quel faccino la faccia del suo ex. Oppure ancora, può succedere che i genitori del figliastro (se è minorenne) le impediscano di vederlo. Certo, una matrigna non è una parente già quando è in carica, figuriamoci quando diventa ex matrigna.

E tutti quegli anni vissuti insieme? Puf?

Puf.

In altri casi, invece, se non si è costruito nulla in termini affettivi, se non se ne ha avuto il tempo o la fortuna, il distacco dai figliastri può essere una liberazione, certo. Un puf seguito da un ahhh. E in altri ancora, invece, il rapporto è continuato al di fuori del matrignato. Molto dipende dalle persone coinvolte, dal loro grado di generosità, di evoluzione, di elasticità.

A qualcuna di voi è successo di fare puf? E com’è andata? O come pensate che andrebbe?

 

 

 

(Testo di Rossella Calabrò. Foto della lettrice Aiec)

 

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Donne allargate?

 

Ma com’è che, quando saliamo sulla bilancia e questa segna un chilo in meno, il mondo ci sembra un posto meraviglioso dove stare? E com’è che invece, quando ‘sta stronza di scatoletta bianca segna un chilo in più, abbiamo la netta sensazione che i Maya abbiano ragionissima, e anzi siamo disposte ad anticipare la fine del mondo, ché tanto, così grasse, che senso ha vivere?

Com’è che, mentre magari cuciniamo per il nostro uomo e la di lui prole aliena, con un chilo in meno sculettiamo agili e garrule ai fornelli, mentre con un chilo in più ci sentiamo, per così dire, troppo allargate?

Com’è possibile che un chilo, del tutto invisibile a meno che la nostra altezza corrisponda a quella della Puffetta da piccola (una mela o poco più, dice la letteratura), possa avere tutto questo peso sulla nostra percezione del mondo?

Oh, un chilo. Poco più di un iPad. O preciso identico a un chilo di patate, per dire.

Eppure.

Possibile che i nostri neuroni si sentano ippopotami oppure gazzelle per così poco? No, dico, i neuroni non dovrebbero essere quelli intelligenti, nella grande azienda del corpo umano? E com’è che sono così influenzabili invece? Cioè, si fanno far su da una scatoletta bianca con un display e due batterie a stilo? Maddai.

Eppure.

 

Cosa c’entra questo con le matrigne? Niente. Tranne che le matrigne sono donne, e quindi c’entra. E la foto, cosa c’entra? Niente nemmeno lei, o quasi, ma l’ha scattata una matrigna, quindi c’entra.

Scusate, dev’essere che stamattina sono salita sulla bilancia. ;-)

 

 

 

Testo di Rossella Calabrò. Foto (che era molto più allargata ma l’ho dovuta restringere per impaginare) della lettrice Paola.

 

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Agosto, micio mio non ti conosco?

 

Siccome le vacanze sono alle porte, ho chiesto a una mia amica veterinaria di spiegarci quali sono i rischi della toxoplasmosi in gravidanza, in modo che non vengano abbandonati gatti innocenti per la paura (infondata) che possano causare danni. Ecco cose ci dice la dottoressa:

“Molti medici, soprattutto ginecologi, consigliano alle donne in gravidanza, tanto per non sbagliare, di allontanare i propri gatti da casa per paura della toxoplasmosi. La toxoplasmosi è un’infezione causata da un protozoo, il Toxoplasma gondii, che si riproduce nell’intestino dei gatti ed è pericolosa per il feto se contratta nel primo quadrimestre di gravidanza.

Il rischio esiste solo per le donne che non hanno già avuto la toxoplasmosi in passato. In genere è asintomatica e una volta guarite non la si contrae più perchè si sviluppano degli anticorpi specifici che danno un’immunità permanente.

Quindi è importante fare il toxotest (esame banale del sangue) per sapere se si è immuni o meno.

Nel caso non si fosse immuni, quindi non si ha mai contratto la toxo, bisogna avere delle semplici precauzioni , senza bisogno di allontanare il micio da casa.

E’ comunque raro che un gatto che vive in casa abbia la toxoplasmosi, soprattutto se non mangia abitualmente carne cruda.

Evitare che il micio contragga la malattia: alimentazione con cibi industriali o ben cotti. Non dare carne cruda.

Se anche il micio dovesse contrarre la malattia eliminerebbe le uova con le feci (solo con le feci) per un periodo di due settimane. Per contrarre la toxo, la donna gravida dovrebbe ingerire le oocisti presenti nelle feci del gatto infetto durante queste due settimane e nel primo quadrimestre di gestazione!

E’ più probabile ammalarsi mangiando carne poco cotta o verdura cruda mal lavata, che resta la fonte di trasmissione più comune.

Per essere comunque tranquille sarebbe bene che facciano pulire ogni giorno la lettiera di micio a qualcun altro (marito???). Il parassita che eventualmente si trovasse nelle feci impiega infatti due tre giorni per essere infettante, ecco perché è bene cambiare la sabbietta quotidianamente.

Quindi in conclusione, se la donna è immune il problema non esiste, se non è immune basta avere dei piccoli accorgimenti, ricordandosi sempre che la possibilità di contrarre la toxoplasmosi dal proprio micio di casa è molto, ma molto più bassa che quella di contrarla mangiando verdura mal lavata o carni crude o poco cotte.

Insomma, signore che aspettate un bebè: tenetevi il vostro micio serenamente in casa, godetevelo, coccolatevelo come prima, e fate fare i lavori sporchi a vostro marito, che non è neanche una cattiva idea.”

 

(Foto e intervista di Rossella Calabrò)

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I disagi della matrigna, e il codino di maiale

 

Qualche anno fa avevo prestato il mio studio a un’amica carissima che si trovava in un momento di emergenza amorosa. L’avevo fatto volentieri, e anzi mi faceva tenerezza l’idea che, nello studietto, io ci lavorassi di giorno e lei ci dormisse di notte. Non ci incrociavamo praticamente mai, solo a volte durante il cambio della guardia, verso le otto di sera: io andavo via coi fogli di carta, lei arrivava col pigiama.

Però.

Però, ogni tanto mi veniva il nervoso. Uno di quei nervosi per cui una si insulta da sola, si dà della nevrotica, della meschina, della stronza anche. Mi capitava quando magari vedevo i suoi cosmetici sullo specchio del mio bagno, o un paio di mutande stese ad asciugare sul calorifero. Le sue mutande, sul mio calorifero. Mi faceva impressione, ecco. Mi sentivo invasa. E dire che ero davvero felicissima che lei abitasse lì per un po’, e anzi ero molto orgogliosa poterle dare una mano.

Eppure.

Eppure i segni della sua presenza mi turbavano. Non tanto, eh, per carità. Ma, sapete quella sensazione di nervi che per un attimo, vrrrrrrrr, si arricciano come codini di maiali? Ecco, un po’ quella.

Ripensandoci, è la stessa sensazione – di quelle per cui una si insulta da sola, si dà della nevrotica, della meschina, della stronza anche – che provavo durante i primi anni di matrignato al cospetto di oggetti figliastreschi sparsi per casa. Ora mi fanno tenerezza, ma allora il codino di maiale, vrrrrrr, mi si arricciava un bel po’.

Però, se mi si arricciava anche con la mia amica carissima, che non aveva niente a che fare con i precedenti matrimoni di mio marito (credo), allora quel vrrrrr vrrrrrrr forse non era legato direttamente ai miei disagi di matrigna.

Insomma, dovremmo imparare a distinguere i vrrrrr vrrrrrrr: ci sono arricciamenti di nervi generici, e arricciamenti di nervi specifici. Di quelli generici, non incolpiamo la famiglia ricostituita. Che, di vrrrrrr vrrrrrrrr ne produce tanti, ma non li produce tutti.

Mettiamoci anche che ho un brutto carattere, ovviamente, che vrrrrr-isce davvero troppo spesso.

 

 

(Testo e foto di Vrrrrrrossella Calabrò)

 

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Outing su mia madre


Non ho mai parlato seriamente di mia madre. Adesso, per la prima volta nella mia vita, forse mi sento pronta, e ci provo, qui con voi.

Mia madre si è sposata a ventun anni. E a ventidue sono nata io. Era giovanissima, mia madre, e bellissima.

L’adolescenza, lei non l’ha mai vissuta. Medie e liceo in collegio, dalle suore, senza la possibilità di fare una cazzata, di disobbedire, di raccontare una bugia, di baciare un ragazzo. L’unica cosa che ha fatto – e lo racconta come un’impresa titanica – è stata quella di procurare alle sue compagne di collegio, una domenica sera, dell’acqua ossigenata con la quale di notte tutte le ragazze si sono intrise i capelli. Per poi, l’indomani mattina, presentarsi in classe come un esercito di piccole e biondissime Marilyn Monroe, suscitando l’orrore delle morigerate suorine. Questa è stata l’unica iniziativa sopra le righe che mia madre si è permessa di prendere nella sua vita. Poi, il matrimonio e la vita da madre e da casalinga l’hanno sopraffatta.

Non ci assomigliamo, io e mia madre. Né fisicamente (purtroppo: lei ha dei lineamenti perfetti), né come carattere. Lei è ordinata, non cede alle emozioni, detesta le novità, non si fida della gente, è cinica. Io, esattamente il contrario.

Ho cominciato a contestarla, come da copione, nell’adolescenza. Senza smettere mai di farlo, con diverse modalità, fino a oggi. Non mi piaceva come si pettinava, come si vestiva, non mi piacevano le sue scelte di vita (come se, negli anni Sessanta, si potesse davvero scegliere). Non mi piaceva la sua apparente freddezza, la sua chiusura verso il mondo, e soprattutto la sua totale e incondizionata dedizione a mio padre. Quella sudditanza che, dall’incommensurabile altezza dei miei quindici anni, giudicavo inammissibile.

Poi, un giorno di poco tempo fa, l’ho vista.

Ho visto mia madre, e l’ho riconosciuta come persona. Come donna.

E’ successo che l’ho sorpresa nel momento in cui, credendosi non vista, si è messa a sbuffare mentre mio padre parlava. Un piccolo e subacqueo moto di ribellione, il primo dopo cinquantaquattro anni di impassibilità.

Lei ha visto che io l’ho vista. Io le ho sorriso. Lei anche.

E’ nato, in quel momento, un germoglio di complicità. Il primo. Magico.

Io, alle porte dei miei cinquantatré anni, finalmente sento di volere bene a mia madre. E’ la prima volta che lo penso davvero. Questa emozione mi ha sconquassato.

E’ anche grazie a voi, mie lettrici, che ho riconosciuto mia madre come donna. E’ anche frequentando voi, ogni giorno, che l’ho vista come una di noi, una che potrebbe scrivere qui, raccontandosi con straziante sincerità, ammettendo sentimenti inconfessabili, tentando di ribellarsi e poi magari non avendo il coraggio, o gli strumenti, per farlo.

Forse sto uscendo dall’adolescenza emotiva grazie a voi, mie bellissime matrigne.

E penso che, insieme, siamo una forza immensa.

 

(Testo e foto di Rossella Calabrò)

 

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I miei genitori, divorziare? Naaa, son troppo vecchi: han quarant’anni

A causa dell’influenza, sono stata tre giorni chiusa in casa senza parlare praticamente con anima viva, a parte qualche commento pieno di sternuti qui sul nostro blog. (Spero non vi siano arrivati sputacchi e bacilli).

Ieri sera invece: decido di essere guarita (bugia) e vado col mio legittimo – seppur di terza mano – consorte a sentire degli amici che suonano in un locale.

A un certo punto esco in giardino perché la musica col volume a palla mi sta rintronando, e mi siedo su un gradino. Lì mi accorgo che è seduta anche una ragazzina molto dark con uno shar-pei biondo. Li conoscete, no, quei cagnoloni con la pelle tutta plissettata? Ecco, ovviamente non resisto, e gli pastrugno il testone di velluto. Poi scopro che il plissettato si chiama Babau, che è il nome che io ho sempre sognato di dare a un cane, e lo pastrugno ancora di più.

Però però però, siccome eran tre giorni che stavo zitta, per la povera ragazzina dal cane plissé e dagli smokey eyes, inizia un incubo: le attacco un bottone dietro l’altro su qualunque argomento. Bla bla bla, figuratevi, avevo tre giorni di mutismo da smaltire, povera lei. Ma lei pare gradire. Tant’è che arriva una sua amica, coetanea, e si aggiunge al terzetto chiacchierino formato da Ragazzina Uno, Babau, e Sottoscritta.

Insomma, parliamo di animali, ovvio, ma poi anche di eutanasia, di medicina e industria farmaceutica, di viaggi, di libri, di un sacco di argomenti abbastanza impegnativi.

Le ragazzine, con mio sommo stupore, sono attente alla realtà, informate, curiose, aperte al mondo e alle idee degli altri, persino degli adulti come me.

E allora, zàcchete, alla domanda: Ma tu di cosa ti occupi? io, in vena di proselitismo, racconto a ragazzine e Babau del Club delle Matrigne. Babau sbadiglia, le girl ascoltano interessate, ma poi una delle due commenta:

Mia madre e mio padre non potrebbero mai divorziare: son troppo vecchi.

Ah, ma quanti anni hanno? chiedo temendo il peggio. Infatti:

Euhhh, un sacco, tipo quaranta.

Gasp.

E questo gasp corrisponde al pensiero che, nonostante queste ragazzine fossero il meglio che potessi incontrare in fatto di ragazzine, se una è figlia, i genitori possono essere anche giovani, ma sono comunque percepiti come vecchi, e quindi asessuati, e quindi non innamorabili.

Poi ovvio che, di fronte alla realtà, le ragazzine (e i ragazzini) si adeguano e, spesso con fatica, capiscono. Ma il primo pensiero è proprio: Naaa, i miei genitori mica fanno ‘ste cose.

Per questo, come dicevo nel mio vecchio blog quattro anni fa, la matrigna rappresenta, tra i vari orrori, anche l’orrore che mamma e papà hanno una sessualità. Perché – pensa la ragazzina – se il papà dorme con la matrigna, che non è mia mamma (quindi asessuata) ma una donna (quindi sessuata), significa che (gasp, sput) quei due scopano. E se papà scopa, allora sta a vedere che scopa anche mammà (doppio gasp, doppio sput). E queste cose non son tanto facili da affrontare, né da piccoli, e nemmeno a vent’anni.

E per questo, come ho sempre sostenuto e di cui ho trovato conferma ieri in un libro (*), alla matrigna va costruito, ex novo, un ruolo preciso. Che è ancora da inventare, ma che, sostanzialmente, non è quello di una seconda madre perché non ci sono né primi né secondi da stabilire ma solo persone, non è quello di un’amica perché svilirebbe il suo ruolo di educatrice e quello di accudimento, non è quello di nemica perché vabbe’ non vale, ma è quello di matrigna. Una Nuova Matrigna, contemporanea, attualizzata, attinente alla realtà. Che la società, pian pianino (uff) possa finalmente metabolizzare, smettendo di demonizzare. (Cosa che qui, nel nostro piccolo, stiamo facendo da anni). :-) Questo lavoro è anche in mano a ognuna di noi.

Per tranquillizzarvi, sappiate che poi ho smesso di attaccar bottone alle ragazzine, anche perché mi sono resa conto che, se avessero avuto anche sola mezza intenzione di cuccare lì al locale, con un’adulta logorroica seduta sul gradino con loro, non avrebbero combinato un granché. E mica volevo che per colpa mia poi cuccassero, tardivamente, un uomo divorziato con prole.

 

(Testo e foto di Rossella Chiacchierò)

 

(*) Il libro di psicanalisi che cito, in libreria dal 9 maggio, è “Chi è la più cattiva del reame?” di Laura Pigozzi

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