Tag: di matrigna ce n’è una sola

Smamma?

 

Ho ritrovato questo capitolo del mio “Di matrigna ce n’è una sola”, e ve lo copio-incollo, magari da leggere alle vostre figliastre. Figliastre che io nel libro chiamo “husky”, perché secondo me gli adolescenti e i pre-adolescenti hanno tutti quello sguardo lì, da bellissimi cani da slitta che guardano sempre lontano, oltre l’orizzonte, apparentemente imperturbabili e invece nel pieno di una tempesta emotiva (e, be’ anche ormonale).

“Pensa, mia husky: se un giorno diventerai anche tu una matrigna, avrai già il tuo Club bell’e pronto, dove incontrare altre matrigne come te. Che poi, il Club, io l’ho fondato proprio perché ti ho conosciuto, sennò mica sarei diventata matrigna. E, soprattutto, l’ho fondato perché sono una matrigna felice di esserlo, così posso passare la mia forza, e la mia esperienza positiva, alle matrignette novizie.

Sì, husky, lo so che i primi anni tra noi non sono stati tutti rose e fiori di melo, ma poi abbiamo trovato un equilibrio, no?

Un po’ di veleno della mela te lo sei sgranocchiato tu, il resto me lo sono mangiato io, qualche morsetto gliel’ha dato anche il tuo papà, ma poi è rimasto un bel torsolo, pulito pulito, senza veleno e con tanti semini ancora da latte. I semini hanno germogliato, ed eccoci qua con questo albero genealogico un po’ allargato, ma forte e sano.

Sai, l’altro giorno pensavo a un nome alternativo a matrigna, che è un nomaccio che ti fa partire già col piede sbagliato. A un certo punto mi è venuto in mente che, essendo io una non-mamma, il nome potrebbe essere “s-mamma”. Poi mi sono messa a ridere da sola, perché, tu mi insegni, husky scolare, smamma è l’imperativo del verbo smammare. E sai quante matrigne smammano perché le figliastre non sono dolci e limpide come te? Oppure perché le matrigne stesse si irrigidiscono sulle loro posizioni e non riescono ad avere un rapporto spontaneo con voi piccoli alieni dagli occhi di ghiaccio? E sai di chi è la colpa di tutto questo? No, per una volta non do la colpa agli uomini, guarda.

La colpa è di una signora vecchia e brutta che si chiama Paura. Una signora stronzissima che si intrufola dappertutto, e che fa venire a tutti il maldipancia. Hai presente quel maldipancia che ti prende quando c’è la verifica di matematica? Ecco, quello. La Paura ti blocca lì, rigida e fissa come uno stoccafisso e, stoc, non ti molla più, neanche col disgelo.

E’ lei che fa casino, sai? E’ lei che fa pensare a tutti i componenti della famiglia ricostituita, e anche agli ex componenti, che col nuovo assetto non contano più niente, che nessuno gli vuole bene come una volta.

Ma l’amore non è una torta di mele, che a un certo punto finisce. L’amore è una cosa che, come l’appetito, vien mangiando. Insomma, più ami, più ti vien voglia di amare. Però la Paura, questa cosa, mica te la dice. Anzi, la tiene ben nascosta sotto le sue puzzolenti gonnellone da strega. Essì, perché la vera strega è lei, non la matrigna.

La matrigna, mia huskina, mi sa che assomiglia molto di più a Biancaneve. Ma tu, shhhh, non dirlo a nessuno, che poi la casa si riempie di nani, e qui ci sei già tu, mia nanerottola-bau.”

 

Tratto da “Di matrigna ce n’è una sola” di Rossella Calabrò, Sonzogno editori.

Foto di Rossella Calabrò

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Mayabbassarelaguardia, adesso arriva Natale

 

Credevamo che, scampate all’inguaribile ottimismo dei Maya, ora fosse tutto in discesa, eh?

Ehhh. Non vorrei sembrare banale, ma è Natale. Evento portatore di misticismo per chi è religioso e di pandoro per chi è goloso. Oltre a una caterva di canditi da togliere a uno a uno dal panettone (ma c’è qualcuno a cui piacciono, ‘sti canditi?) e di un’altra caterva di complicazioni che, se si potessero eliminare a una a una come i canditi, sarebbe la fine del mondo. Ah, già.

Allora, matrigne, come sopravvivere anche alle festività?

Primo: pensando che, come recita il detto popolare, l’Epifania tutte le feste porta via. Insomma, il Natale a un certo punto finisce, con la Befana che gli dà un bel colpo di scopa volante e via. Sciò sciò, e che la colomba pasquale inizi a sgranchirsi le ali, perché tra un po’ è il suo turno. Insomma, 25 dicembre e limitrofi non durano per sempre. Anche se a volte l’apparenza inganna. Ma si sa, la percezione del tempo è relativa.

Secondo: il Natale, che ormai ha perso per molti il proprio significato religioso, è considerato – a torto o a ragione non importa – la festa dei bambini. E per bambini si intendono bipedi sotto i diciott’anni, non bipedesse di qualche decennio sopra i venti.  Quindi, mettiamo temporaneamente nel cassetto l’eventuale pantera che alberga nelle nostre mutande e dedichiamoci a recitare, angeliche e caste e celestiali e babysitteresche, il noto mantra natalizio: daichefinisce, daichefinisce, daichefinisce.

Terzo: salvo casi particolari, nelle famiglie ricostituite è sana regola dividere il Natale in due tranche, in modo che i piccoli passino la vigilia con uno dei genitori insieme all’auspicabile nuovo partner e tutto l’ambaradam parentale, e il giorno successivo con l’altro genitore e relativo seguito. Così si sta tutti in pace e il pandoro non va di traverso a nessuno. Il Natale c’è da sempre, le nuove famiglie no: occorre trovare dei codici di comportamento altrettanto nuovi.

Quarto: approfittiamo del contatto prolungato con i nostri figliastri durante le vacanze per costruire un inedito rapporto con loro, se non l’abbiamo ancora fatto. Trasformiamo quello che ci sembra (ed è) un problema in un’opportunità. Tanto, a irrigidirci, cosa ci guadagniamo? E allora proviamo ad ammorbidirci come matrigne di mascarpone e vediamo se, sotto l’albero, magari magari magari per noi c’è un regalo inaspettato: il primo, piccolissimo germoglio di piacere – quel piacere totalmente impensabile per alcune di noi – di aver quasi voglia, forse l’anno prossimo o quello dopo ancora, di inventarci un Natale nuovo, dove invece del mantra daichefinisce, ci sorprendiamo a dire tra noi: toh, mi son divertita.

 

Tantissimi, bellissimi auguri a tutte. <3

 

(Testo di Rossella Calabrò. Dipinto di Paul Klee)

 

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Basta un poco di zucchero e la pillola va giù, la pillola va giùuu…

 

Una tipologia di uomo in cui può incappare una matrigna appartiene alla specie Pater Incertus Disneyanus. Non perché non si sappia se la paternità della prole sia da attribuire proprio a lui o a qualche personaggio dei cartoni: questi sono fatti dell’ex-moglie. E’ che, con il Pater Incertus,  non è mai certo quando c’è.

E’ certo, invece, quando non c’è. Praticamente sempre. Diciamo che, quando ha conosciuto la sua futura nuova compagna, non si è fatto sedurre dagli attributi classici che un uomo cerca in una donna, tipo l’intelligenza analitica e un’innata abilità a canasta. Quello che l’ha colpito, e affondato, è stato quando una volta che pioveva lei ha aperto un ombrello. Lì, l’occhio gli si è fatto trigliesco – e non perché la signorina lo avesse centrato con il puntale -  e nel suo intimo, su su fino ai corpi cavernosi, è sbocciato l’amore.

Insomma, il Pater Incertus ha visto, nella fanciulla con l’ombrello, qualcosa di più di quello che Vermeer ha visto nella ragazza con l’orecchino di perle. Lui ha visto, e lo ricorda ancora estasiato canticchiando supercalifragilistichespiralidoso, la sua Mary Poppins che vola nell’aere con tanto di stivaletti stringati.

E non è una sua inconfessabile perversione sessuale, ché di giochi di parole con Mary Poppins se ne sono fatti a milioni, no no, la visione celestiale rappresenta qualcosa di molto più essenziale: è quella che si smazzerà la di lui prole in sua assenza.

Tanto, basta un poco di zucchero e la pillola va giù, la pillola va giùuuu…

E ogni tanto torna su.

 

(Testo e foto di Rossella Calabrò, Rossella Calabròooooo)

 

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“Diciotto voglie di cuore” Contro la violenza sulle donne

 

“Diciotto voglie di cuore” è tratto dal libro “Di matrigna ce n’è una sola” edito da Sonzogno. Scusate, credo di averlo già postato, ma l’argomento è importantissimo e voglio dare, nel mio piccolo, un contributo.

 

“Aveva diciotto anni e diciotto voglie di cuore su tutto il corpo.
Aveva sette sere alla settimana, dopo il lavoro, per andare a scuola.
Il suo cuore, con tutte quelle voglie sparse per il corpo, era dolce e grande. Le sue sere, piccole e stanche. Ma, a scuola, Irene ci andava sempre.

 

Una sera che era così piena di voglie di cuore che le si vedevano anche sotto il paltò, Irene scese dal tram e subito le si avvicinò un ragazzo. Era un ragazzo di quelli che è meglio non parlarci, si vedeva subito.
Ma le voglie di cuore cominciarono a farsi più rosse, un cesto di fragole per ogni parola che lui le diceva.

Sono solo, chiacchieriamo un po’? E Irene pensava: non dovrei chiacchierarci, lui porta i segni di tutto quello che non va. Ma proprio per questo ha bisogno di me. I suoi segni, forse, con qualche parola leggera come una carezza, se ne vanno e lui guarisce.

La ragazza con le voglie di cuore lo salutò con un sorriso, e poi prese la strada di casa.

Ta tùm, ta tùm.

Forse erano i passi del ragazzo che la seguiva, o forse era il suo cuore che faceva il rumore delle ragazze quando hanno paura.

Il ragazzo, con tutti i suoi brutti segni, le prese un braccio. Glielo rubò, stringendolo forte, strappandoglielo un po’.
Irene spaventata disse: no.
E poi, mentre le voglie di cuore le si facevano piccole piccole, gli spiegò che chiacchierare due minuti l’aveva fatto, ma adesso doveva proprio andare a casa.

Ta tùm, ta tùm.

Si mise a camminare più in fretta, e qualche voglia di cuore le si staccò dal corpo e finì calpestata sotto gli stivali del ragazzo.

Ta tùm, ta tùm.

Arrivò sotto casa sua. Il ragazzo la spinse contro il portone, tra il buio e la paura.
Irene disse: no.
Il ragazzo la spinse più forte, le tolse il respiro, e la maglietta.
Irene urlò. Il ragazzo no.

Irene raccolse da terra la maglietta, le lacrime, e poi vide le sue diciotto voglie di cuore che erano cadute tutte per terra.
Non le tornò mai più la voglia di raccoglierle.”

 

(Testo e foto di Rossella Calabrò)

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Harry ti presento Matry

 

Ieri sera sono andata a teatro, e c’era la mia figliastra più grande con alcuni suoi amici che non conoscevo. Fa le presentazioni: questo è mio papà, e questa è Rossella.
Matrigne, ma lo sapete che ieri mi è sembrato molto, molto meglio essere presentata come “Rossella” che non, come avevo sotto sotto preteso fino a qualche anno fa, “la moglie di mio papà”?

Cioè, questa è Rossella. Punto. Poi, se vuoi più informazioni, siam tutti a disposizione, con un albero genealogico grande come un baobab.
Ieri sera mi è sembrato che stare a spiegare esattamente il mio stato anagrafico sarebbe stata una forzatura.
Ieri sera ho pensato che dopo tanti di matrignato le cose dentro di me sono davvero cambiate. E che se questo mio cambiamento interiore avvenisse (come avverrà) in tutte noi, e in tutti noi in genere, l’avremmo svoltata.
Questa è Rossella. Punto.
Questa è Rossella che non ha più paura di non essere nessuno, nell’ambito della famiglia ricostituita.
Certo, prima di arrivare a questo rossellamento, è necessaria la fase “Questa è la moglie/compagna di papà”. Perché altrimenti, se non si ha il coraggio di specificarlo, non si comincia mai a costruire. Ma una volta messi uno sopra l’altro un bel po’ di mattoncini affettivi e sociali ci si può rilassare. E magari godersi quel “Questa è Rossella” con un’espressione un po’ misteriosa, della serie: prova a indovinare chi sono? (Che è infinitamente meglio di quella da Piccola Fiammiferaia, della serie: non provarci neanche a indovinarlo, fatica sprecata, tanto non sono nessuno).
Dai, dai, dai matrigne, come diceva Gandhi: sii tu stesso il cambiamento che vuoi vedere nel mondo. Prima di fare le gandhesse però, ovvio, ci tocca combattere per un po’.
Ah, ripensandoci: se invece degli amici della mia figliastra ci fossero state delle amiche del mio legittimo sposo e lui mi avesse presentato solo come “Rossella”, e non come “mia moglie”, l’avrei scuoiato vivo, e fanculo anche al misticismo indiano.

 

(Testo e foto di Rossella Calabrò) (Rossella chi?) ;-)

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E gli ex figliastri? Puf?

 

Una magari a un certo punto della vita si smatrigna. Capita, anche nelle migliori famigliastre.

Però, quello che ha costruito con i figli del proprio ex, dove va a finire?

No, perché, con l’ex, o ci ha litigato, o non sono più innamorati, o si sono regalati un palco di corna che ci si può stendere la biancheria di un albergo. Ma, coi figliastri, mica sono successe queste cose.

E una non può sparire dalla vita di un bambino, o di un ragazzino, così, puf, come Maga Magò. Oppure sì, può sparire, se le fa troppo male riconoscere in quel faccino la faccia del suo ex. Oppure ancora, può succedere che i genitori del figliastro (se è minorenne) le impediscano di vederlo. Certo, una matrigna non è una parente già quando è in carica, figuriamoci quando diventa ex matrigna.

E tutti quegli anni vissuti insieme? Puf?

Puf.

In altri casi, invece, se non si è costruito nulla in termini affettivi, se non se ne ha avuto il tempo o la fortuna, il distacco dai figliastri può essere una liberazione, certo. Un puf seguito da un ahhh. E in altri ancora, invece, il rapporto è continuato al di fuori del matrignato. Molto dipende dalle persone coinvolte, dal loro grado di generosità, di evoluzione, di elasticità.

A qualcuna di voi è successo di fare puf? E com’è andata? O come pensate che andrebbe?

 

 

 

(Testo di Rossella Calabrò. Foto della lettrice Aiec)

 

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Il ratto delle patatine

 

Ieri sera ero a cena da una delle mie figliastre.

Siccome sono vegetariana, e siccome a cena c’era il risotto con lo spezzatino, mi è stata assegnata una porzione in più di riso al posto della carne, con grande invidia degli altri commensali. (Il risotto in effetti era proprio buono e invece lo spezzatino così così).

Siccome sono vegetariana, ne ho approfittato subdolamente per avere anche una doppia porzione di torta, sempre suscitando l’invidia dei carnivori presenti.

Siccome sarò anche vegetariana ma non sono scema, a un certo punto ho letto nello sguardo della mia figliastra un mezzo sorriso di quelli che significano: devo dire una cosa, non resisto, la devo dire, la dico, guarda che la dico, ladicoladicoladico.

Che c’è? le chiedo.

Mpffffffffmmm, mi risponde.

Eddai, la esorto.

Ed ecco che, davanti a tutti, la prole aliena se ne esce col seguente outing, pronunciato con molta ironia, molto affetto, e una punta di sarcasmo (più che una punta, un baobab):

Allora, dovete sapere che la qui presente Rossella, quando io e mia sorella eravamo piccole, ci rubava le patatine fritte.

Ohhhhhh, fa la platea indignata.

La figliastra prosegue: Eh sì, perché il papà cucinava il pollo arrosto con le patatine per tutti ma, con la scusa di essere vegetariana, Rossella si accaparrava una doppia dose di patatine. E noi, che eravamo piccole, sbavavamo ma dovevamo farci bastare la porzione singola.

Noooooooooo, fa la platea vieppiù indignata.

Cioè – continua con l’arringa – si è mai vista un’ADULTA che ruba le patatine a delle bambine?

Buuuuuuuuuuu, fa la platea inorridita.

Io, con ancora un pezzo gigantesco di torta in bocca, commento: (gnaf) primo, non ho ancora terminato il mio processo di trasformazione da bambina ad adulta; secondo, vostro padre avrebbe potuto cucinare più patatine e non ci sarebbero stati problemi; terzo, avrei potuto essere una divoratrice di figliastre invece che di tuberi, ma vi è andata di culo che son vegetariana.

Aaaaaarghhhhh, fa la platea terrorizzata.

Ma qualcuno comincia a ridacchiare col tovagliolo davanti alla bocca, mentre altri approfittano della situazione per rubare, impuniti, l’ultima fetta di torta rimasta incustodita.

 

Morale: non ho pentimenti, sono orgogliosa di essere stata una spudorata divoratrice di patatine fritte, e soprattutto di essermi mostrata, fin da subito, per quella che sono. Poi, con l’affetto che pian pianino sfrigola sul cuore (spesso proprio grazie alla spontaneità), ogni sopruso patatinesco viene perdonato.

Anche perché, prima di essere matrigne, siamo persone.

 

 

(Testo di Rossella Calabrò, foto della lettrice Beautiful)

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Le nostre ex case

 

Quando penso alle case della mia vita, mi succede una cosa strana. Chissà se succede anche a voi. Non riesco a credere fino in fondo che non siano più mie, che ora ci abitino altre persone, che siano cambiate, che la chiave per entrare sia un’altra, che, insomma, non esistano più. Non per un senso materiale del possesso, ma per un’intimità che mi sembra impossibile sia sparita nel nulla.

Quegli angolini del sottoscala, da mia nonna, in cui mi nascondevo da piccola, quei pavimenti di marmo di cui guardavo le venature immaginandomi di riconoscere i volti di mostri, gatti, fate. O quei mobili importati dall’Oriente un secolo fa, pieni di cassettini segreti, in casa dell’altra nonna, insieme a bambole di pezza e collana di ambra vera che mi aspettavano quando andavo a trovarla, due volte all’anno.
Oppure la prima casa in cui ho vissuto da sola, un monolocale con i muri dipinti a fiorelloni, in cui ora vivono altre persone, altre risate, altri odori. O il mio primo studio, tutto vernicato d’argento, col soppalco e un sole giallo dipinto sul soffitto perché dalle finestre entrava poca luce.
Non ci posso più entrare, in quelle case lì. Eppure, mi sembra impossibile. Sono state mie, ho infilato i miei pensieri tra le crepe dei muri come bigliettini d’amore, ho colorato l’aria coi miei respiri a volte chiari a volte scuri, mi sono trovata mille volte bella e mille volte brutta mentre mi scrutavo negli specchi del bagno. Sono state mie, quelle case.
Mie dentro.

Spesso sogno di tornare in quelle case, di nascosto, perché la chiave non l’ho mai buttata via. E, nei sogni, nessuno se ne accorge. Quelle volte, provo una nostalgia così grande che diventa dolcezza. E mi risveglio come innamorata.

 

(Testo di Rossella Calabrò. Foto della lettrice Tigrotta)

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Vacanze allargate: un vantaggio insospettabile

 

Le vacanze allargate sono alle porte. E noi siamo alle corde. Però però però, care le mie matrigne belle, sapete che c’è un vantaggio non da poco, ad avere i figliastri accanto? E non sto parlando della possibilità di costruire un rapporto più profondo con loro sfruttando la grande quantità di tempo passata insieme durante le ferie, no no. Cioè, sì, io credo che questa sia una bella opportunità che consiglio a tutte di provare, ma non è il tema del post.

La questione è che spesso i figliastri – soprattutto le figliastre – possono trasformarsi in efficientissime guardie del corpo. O meglio, in guardie del porco. Che non è una roba da tutti.

Tipo: siamo lì in spiaggia, noi, le figliastre, e il nostro compagno dalla coda a ricciolo. Si avvicina un’avvenente bagnante che magari, facendo finta di parlare con noi, occhieggia il suino. Ma le figliastrine, che anche se son piccole non son mica sceme, notano la manovra seduttiva della damigella. E, siccome di matrigna ne hanno già una e non è che siano tanto disposte a ricominciare tutto daccapo con un’altra e rivivere i casini della separazione, tràcchete, imbracciano il fucile ad acqua e sparano alla tipa una serie di frasette per comunicarle che il papà è già ampiamente fidanzato con voi. Così il suino, che magari gongolava tutto gratificato, srotola la coda e se la mette tra le gambe, pentito e contrito e afflitto da sensi di colpa atavici che lo renderanno inetto all’accoppiamento fuori casa per secoli. Ottimo lavoro, girls.

Poi magari, a rivale eliminata, le girls vi mettono un sarago vivo nell’accappatoio, ma va be’, questi son dettagli trascurabili.

 

(Testo e foto di Rossella Calabrò)

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I disagi della matrigna, e il codino di maiale

 

Qualche anno fa avevo prestato il mio studio a un’amica carissima che si trovava in un momento di emergenza amorosa. L’avevo fatto volentieri, e anzi mi faceva tenerezza l’idea che, nello studietto, io ci lavorassi di giorno e lei ci dormisse di notte. Non ci incrociavamo praticamente mai, solo a volte durante il cambio della guardia, verso le otto di sera: io andavo via coi fogli di carta, lei arrivava col pigiama.

Però.

Però, ogni tanto mi veniva il nervoso. Uno di quei nervosi per cui una si insulta da sola, si dà della nevrotica, della meschina, della stronza anche. Mi capitava quando magari vedevo i suoi cosmetici sullo specchio del mio bagno, o un paio di mutande stese ad asciugare sul calorifero. Le sue mutande, sul mio calorifero. Mi faceva impressione, ecco. Mi sentivo invasa. E dire che ero davvero felicissima che lei abitasse lì per un po’, e anzi ero molto orgogliosa poterle dare una mano.

Eppure.

Eppure i segni della sua presenza mi turbavano. Non tanto, eh, per carità. Ma, sapete quella sensazione di nervi che per un attimo, vrrrrrrrr, si arricciano come codini di maiali? Ecco, un po’ quella.

Ripensandoci, è la stessa sensazione – di quelle per cui una si insulta da sola, si dà della nevrotica, della meschina, della stronza anche – che provavo durante i primi anni di matrignato al cospetto di oggetti figliastreschi sparsi per casa. Ora mi fanno tenerezza, ma allora il codino di maiale, vrrrrrr, mi si arricciava un bel po’.

Però, se mi si arricciava anche con la mia amica carissima, che non aveva niente a che fare con i precedenti matrimoni di mio marito (credo), allora quel vrrrrr vrrrrrrr forse non era legato direttamente ai miei disagi di matrigna.

Insomma, dovremmo imparare a distinguere i vrrrrr vrrrrrrr: ci sono arricciamenti di nervi generici, e arricciamenti di nervi specifici. Di quelli generici, non incolpiamo la famiglia ricostituita. Che, di vrrrrrr vrrrrrrrr ne produce tanti, ma non li produce tutti.

Mettiamoci anche che ho un brutto carattere, ovviamente, che vrrrrr-isce davvero troppo spesso.

 

 

(Testo e foto di Vrrrrrrossella Calabrò)

 

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