Tag: matrigna cattiva

Me l’ha detto un uccellino (che si chiama Twitter)

Dovete sapere che io sono curiosa. Molto curiosa. Così oggi mi sono presa la briga di passare un bel po’ di tempo su Twitter a spulciare tutti i tweet che contengono la parola “matrigna”.

Per fortuna molti parlano del Club, del nostro blog, dei miei libri matrigneschi o delle interviste da “matrigna buona” che ho rilasciato. Ma ce ne sono moltissimi altri, scritti da figliastri e figliastre, che fanno pensare.

Ve ne copio-incollo un po’, così poi li decodifichiamo insieme e magari impariamo qualcosa in più sui rapporti con la prole aliena. Perché è inutile offendersi, mentre è molto utile cercare di capire cosa passa nella loro testa.

Passo a riportarvi il mio mini-spionaggio cinguettante.

 

“La mia matrigna è una stronza. #Sapevatelo.”

“Che tenerezza, la mia matrigna è venuta con me per l’ecografia e si è commossa.”

“‘La tua matrigna è brava a capire le adolescenti’ ‘forse perché l’anno scorso era una di loro’ AHAHAHAHAHAHAHAHAH”

“Mi sono trasformata in cenerentola e lustro la casa mentre la matrigna è al mare a riposarsi”

“Papa’ alla riunione, matrigna ad una festa e io a casa con le sorelle.. Come sempre”

“La mia matrigna ha fatto le lasagne. Il mio piatto preferito. Ora mi commuovo…”

“Matrigna picchia e tratta da sguattera la figliastra: patteggia 8 mesi di carcere”

“#Confessione: ho messo lo spazzolino della mia matrigna nel cesso, LOL”

“Storie americane. Per punizione, matrigna e nonna la costringono a correre per ore: muore disidratata bimba di 9 anni.”

“Mio padre e la matrigna a parlare tra loro, e io zitta come una cretina. Li odio.”

“Quando la matrigna non è poi così male, le gelosie della mamma in carica s’impennano”

“Comunque la matrigna di Biancaneve è la prima grande MILF della storia”

“Meno male che la matrigna rifornisce vestiti…così domani Gran Galà senza spendere un €”

“Odio la mia matrigna. E lei odia me.”

 

 

 

(Testo e spionaggio cinguettante di Rossella Calabrò, foto della lettrice Tigrotta )

 

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Toh, che scoperta

 

E’, con ogni probabilità, un mercoledì, la sera in cui la famiglia allargata si stringe a casa di papy e della matry che è da poco approdata in questo bizzarro porto.

La matrigna in cambusa cucina, mentre papi e figliastri, bontà loro, apparecchiano.

Pare che, in chi apparecchi, si sviluppi un’immunità totale al temibile virus dello sparecchiamento, peraltro pochissimo contagioso, ma questa è un’altra storia.

Allora: papi, figlio uno, figlio due, matrigna. Totale, quattro coperti. Anche se la matrigna in matematica era un disastro, fino a quattro ce la fa a contare.

E allora perché  i coperti sono solo tre?

Piatti, tovaglioli, bicchieri, posate, non manca niente, i tre infatti, considerando conclusa con successo l’operazione apparecchiamento, hanno abbandonato l’area in attesa che la cena sia pronta.

La matrigna, che si è già girata un film dell’orrore tutto suo, osserva i coperti e li conta ancora una volta.

Uuuno, duuue, treeee.

Li indica anche con il cucchiaio di legno, tante volte si trasformasse in una bacchetta magica. Ma il quarto coperto, come il quarto potere, non appare.

E il quarto coperto, quello scoperto, è inequivocabilmente il suo. Ovvio.

Ecco, si sono dimenticati che vivo qua. Anzi, si sono dimenticati che vivo. Anzi, vogliono ricordarmi che sono morta.

La proiezione del suo film dell’orrore è ricominciata.

Stacco, appunto, come nei film.

Entra un figliastro, e dice: Mbè, e il mio piatto dov’è?

Occavolo, in figliastro veritas, pensa la matrigna, diventando un po’ rossa come il vino che sorseggia. E brinda a tutte le paranoie del mondo, quelle di grandi e di piccini, di matrigne e di figliastri, di coperti e di scoperti.

 

 

(Testo di Rossella Calabrò, foto della lettrice Aiec)

 

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Coza ezzere qvesto tisortine?

 

Una sera come tante. Tutti i familiari sono riposti con ordine nei propri letti, e io sono pronta per la ronda notturna. In agenda ho le solite cose: controllare che il gas sia chiuso, il cellulare in carica, il computer spento. Accendo la lavastoviglie, e mi dirigo verso il soggiorno per l’ultima sigaretta.

Ma ecco che l’occhio mi cade (splat) sul tavolino tra i divani. Dove si staglia il contorno inquietante di un grumo di bucce di mela accartocciato, insieme a una tazza incrostata di latte e cereali che ormai nemmeno il napalm può riportare allo stato originario di innocua porcellana.

La porcellana, intesa questa volta come colei che abbandonò bucce e tazze lì all’addiaccio, se la dorme bellamente.

Ora, è vero che io – che sono diseducativa e caciarona e golosa – da anni rappresento un cattivo esempio per la prole altrui proponendo spesso, verso le dieci e mezzo di sera, un amabile dopocena con la scusa che così l’indomani mattina siam già a posto con la colazione. Ma è anche vero che poi, i resti della colazione anticipata, si lavano e si mettono via.

Caso vuole che la mia piccola complice di bagordi imprudentemente esca dalla tana perché si è dimenticata il caricabatterie in soggiorno.

 

- Kosa tu fare qvi, pikkola porzellana?

- Yawn, mi ero dimenticata di caricare il cellu.

- Tu ezzerti timenikata anke altra kosa, kara telefonista tei miei stifali.

- Hehehe, timentikato orekkini?

- Nein! Tu vetere bucce ti mela zu tafolino?

- Ops. Io vetere, yaaa.

- E tazza sporca ta skifo, zempre zu tafolino?

- Hehehe. Vetere anke qvella.

- Ekko. Ora tu fare zparire alles, yaaa?

- Yaaaa.

- Brafa. Tu ora cresce con zani prinzìpi. E zu tafolino non cresce muffa.

 

Due minuti dopo: l’adolescente torna nella sua cameretta scuotendo la testa e pensando, con ogni probabilità: matrigna rompicazzen. Ma le bucce di mela sono nella spazzatura, e la tazza, riempita di acqua (calda), nel lavandino.

Sempre detto, io, che studiare le lingue è molto utile.

 

 

Testo e foto di Rozzella Kalabrò

 

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Ma no, mamma, la mia matrigna è buona

Personaggi e interpreti:

Astra: figlia e figliastra di otto anni

Mammuth: madre di Astra

Grimilde: matrigna di Astra

 

E’ sera. Per una bambina di otto anni è ora di andare a dormire.

La madre le si avvicina dolcemente per il bacio della buonanotte.

Astra: “Mami, sai che Grimilde il bacio della buonanotte me lo dà facendo ogni volta finta di essere un animale diverso? C’è il bacio dello scoiattolo, che fa squiiit e smack, c’è il bacio della cinciallegra che mentre cinguetta ride un sacco, e c’è il bacio del pesce, che, indovina? è un bacio muto.”

Mammuth: “Mhm. Ma i baci veri sono solo quelli della mamma.”

Astra: “Mi faresti anche tu il bacio di qualche animale? Tipregotipregotiprego.”

A questo punto – e anche abbastanza comprensibilmente – a Mammuth scatta una gelosia irrefrenabile. Che purtroppo non controlla, e che esprime con il peso di un elefante preistorico.

Mammuth: “Grimilde è una donna cattiva, devi stare attenta, è una brutta strega.”

Astra: “Ma mami, non è vero, Gri è buonissima.”

Mammuth: “No, è cattiva, te lo dico io che ne so più di te.”

Astra scoppia a piangere, presa dal conflitto tra essere leale alla madre ed essere leale alla matrigna.

Astra: “Mamma! Ti giuro che Grimilde è buona!“

Mammuth: “Non si giura sulle cose poco importanti. Dormi.”

Astra: “Ma è importante.”

 

Ora, vi posso dare la mia parola che la Grimilde in questione, che è una mia amica da vent’anni, è una donna equilibrata, sensibile e buona d’animo. E che la scena è avvenuta esattamente come va la sto raccontando.

Quello che mi ha lasciato un’amarezza incredibile addosso è il fatto che una madre metta sua figlia, la sua amata e legittima figlia, in una situazione del genere. Come possa, seppur accecata da una comprensibile insicurezza affettiva, costringere la piccola ad avere un ruolo che, a otto anni, non le compete.

Un bambino ha il sacrosanto diritto di fare il bambino. Dovrebbe essere tenuto fuori a ogni costo da queste miserie emotive. Miserie emotive che esistono, che sono senz’altro comprensibili, ma che si devono smazzare gli adulti.

Davanti ai bambini, per amore e per un briciolo di buonsenso, occorre darsi una controllata. Primo, per non costringerli a piangere per un dolore che non è il loro.

Secondo, per non dar loro un pessimo esempio di donna e di madre.

Ormai lo sapete: sono una persona conciliante, non mi va di parlare male delle ex mogli, sono positiva e pacifica e tutto, ma davanti a certe cose non riesco a tacere.

E poi anche per me è stata una giornata poco cinciallegra.

 

Testo e foto di Rossella Calabrò

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Il nome della (signora) Rosa



Quando abitavo da poco tempo con la mia famiglia ricostituita, come molte di noi mi ero tenuta un monolocale d’emergenza.

C’era una custode, in quello stabile. Una donna molto semplice, che una volta mi aveva raccontato di aver ricevuto una diagnosi di Tendine d’Achille (una patologia infiammatoria) e aveva telefonato, indispettita, al medico, avvertendolo che aveva sbagliato paziente, perché lei non era certo il signor Achille, bensì la signora Rosa.

Ma questa signora Rosa dal tendine scambiato, senza sapere niente di famiglie allargate, ricostituite, disfunzionali, mi ha dato, nel suo italiano incerto, uno degli insegnamenti più efficaci, e delicati, della mia vita da matrigna.

“Le figlie del tuo moroso, cerca di chiamarle con dei nomi speciali, solo vostri, vedrai che saranno contente”.

E io, che quando c’è da giocare abbocco subito, ho cominciato, prima nascondendomi dietro una risata perché in fondo sono timida, poi trasformando lo scherzo in una cosa vera, a chiamare le figliastre con dei nomi speciali, solo nostri.

Ed è stata una magia. Per loro, e per me.

Ci sentivamo tutte e tre più importanti, perché avevamo un segreto da condividere, speciale, tutto nostro, e senza filtri paterni.

Poi ho anche inventato dei riti, un modo tutto nostro – e diversificato per figliastra – di salutarci, con dei gesti assolutamente idioti, ma, ancora una volta, speciali e tutti nostri.

Gesti che mantengo tutt’ora, con grande orrore delle figliastre, adesso entrambe quasi in età da marito. Ma nel loro orrore intravedo anche dell’amore, tant’è che una volta ho salutato, scherzando, una loro amica nel nostro modo speciale (ormai apparentemente scaduto per sopravvenuti limiti di età) e ho scorto un lampo di gelosia negli occhi figliastreschi che mi ha fatto un sacco di piacere.

Io devo tanto della mia salute mentale, nella famiglia ricostituita, alla signora Rosa. Che, il Tendine di Achille lo sbaglia, ma la strada giusta non la sbaglia per niente.

 

 

P.S. Nel nuovo corso iconografico di questo blog, in cui sono io che scatto le foto, immaginatevi che questo spremiagrumi sia una rosa. Eddai, fatelo per me. ;-)

 

Testo e foto di Rossella Calabrò

 

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Quando arriva un pulcinastro



“No, piccolo, non lo devi accarezzare così forte, lui è appena nato ed è delicatissimo, sai?” (Ti prego, giù le zampe dal mio bambino)

“Ma non gli faccio male.”

“Ehh, piccolastro, tu pensi di non fagli male, ma è un po’ come quando magari un elefante si siede sopra un uovo: gli elefanti sono animali buonissimi (figurati che mangiano solo erba, mica divorano altri animali come noi), ma se si siedono sopra un uovo, per esempio, fanno la frittata.” (Omioddio, frittata, ora muoio)

“Ma scusa, mica ha il guscio, ‘sto qua.”

“Allora, ‘sto qua – che ha un nome, un cognome, ed è tuo fratello anche se le mamme sono diverse – una specie di guscio ce l’aveva fino a pochi giorni fa, nella mia pancia. Un guscio un po’ viscido, ma un guscio.”

Un guscio viscido come il viscido catarro della pubblicità?

“Mhm, un po’ più bellino e meno verdolino.”

“Ma se io lo prendo in braccio?”

“Nooo, (gasp, sput, panico, aiuto, paurissima) è ancora presto per prenderlo in braccio, sai, piccolastro?”

“Uffa.”

“Eh, uffa sì, lo so, ma i bambini appena usciti dal guscio son fatti così. Anzi, guarda, ti nomino ufficialmente Sacro Custode del Guscio. Aspetta che ti do il distintivo.”

La matrigna disegna un uovo con la faccia che dorme, una coroncina sulla sommità, e aggiunge due spade incrociate. Non sa se le due spade siano politically correct, ma il piccolastro è un maschio e bisogna pur dargli soddisfazione.

“Ecco, io, nel pieno possesso delle mie facoltà mentali (circa), ti nomino Sacro Custode del Guscio.” E appiccica con lo scotch il distintivo sulla maglietta del figliastro.

“Scusa, Matry, ma non potrei essere sceriffo, oppure guerriero?”

“Occhèi, rifo: io, nel pieno possesso delle mie facoltà mentali, ti nomino Terribile Sceriffo del Guscio.” (Ah, ‘sti maschi).

“Sìiiiiiiii!”

“Ecco, ma tu lo sai qual è la missione di un Terribile Sceriffo del Guscio?”

“Sparare?”

“Ma nooo, cazzo. Ops, scusa, son gli ormoni. Ascolta, o Terribile Sceriffo del Guscio: la tua sacra missione, dettata a me per-so-nal-men-te da un gruppo di extraterrestri scesi apposta dal pianeta Puzzos, comandati dal Capitano Caccapupù e dal suo fido assistente Merdaccia, è questa: tu, o Sceriffo, dovrai difendere a ogni costo il Guscio, cioè questo neonato fratellastro, da chiunque si avvicini con sputacchi bacillosi, manine caccose, o tenti di prenderlo in braccio senza sapere come si fa. Occhèi?”

“Ma io posso avvicinarmi?”

“Ennò, mica tanto. Tu, o Terribile Sceriffo del Guscio, dovrai dare il buon esempio a tutti, sennò che sceriffo saresti? Poi, quando il Guscio sarà più forte, potrai fare quello che vorrai (mhm, insomma) e dal pianeta Puzzos arriverà una nuova missione per te.”

“E se si avvicina il mio papà?”

“Il tuo papà, che è anche il suuuo papà, eh, ha un’autorizzazione speciale rilasciata dal capitano Caccapupù in persona. Però tu dagli un’occhiata lo stesso, al papà, perché al Terribile Sceriffo del Guscio non sfugge niente, è preciso, spietato,  e imbattibile.”

“Sìiiiiii. Senti, ma, lui, ‘sto fratellino qua, non ce l’ha, un distintivo come il mio?”

“Ahà, sei geloso del pulcinastro, piccolastro?”

“Un po’.”

 

Testo e foto di Rossella Calabrò

 

 

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Faccia da pterodattilo

 

“Cioè, tu non mi hai voluto bene da subito?”

“No, da subito no: non ti conoscevo, come facevo a volerti bene?”

“Be’, cosa c’entra, ero la figlia dell’uomo che amavi.”

“E allora, topastra? “

“E allora (la topastra sgrana gli occhi allibita e/o terrorizzata) dovevi volermi bene per forza.”

“Voler bene per forza? Topà, ma cosa stai dicendo?”

“Mhm, va be’, insomma, diciamo: automaticamente.”

“Automaticamente? Come un automa? Ttttti-vo-o-o-glio-be-ne fffi-gliastra tkrrrr  tkrrrr…“(la matrigna comincia a gracchiare come un robot)

“Uffa.”

“Uffa.”

“Ma sei sicura-sicura-sicura che non mi volevi bene?”

“Topastrina, sono tanto sicura che non ti volessi bene allora, quanto sono sicura che ti voglio bene adesso.”

“Adesso. Ma prima?”

“Aridaje, topastra. Allora, scusa, dovevo voler bene anche al calzolaio dell’uomo che amavo, all’otorinolaringoiatra dell’uomo che amavo, al criceto dell’uomo che amavo, all’ex moglie dell’uomo che amavo (gasp).”

“No, va be’, cosa c’entra. E’ diverso, io ero sua figlia.”

“E allora?”

“E allora, e allora, oh, insomma, veramente non mi volevi bene?”

“Veramentissimamente. Mi eri simpatica, tutto qui. Voler bene è un’altra cosa.”

“Quindi tutte le matrigne all’inizio non vogliono bene ai figli dei loro compagni?”

“Certo, topastra. Tu, quando conosci una nuova compagna di scuola, le vuoi bene subito? Eh?”

“Maaa, al’inizio non volevi bene neanche a mia sorella?”

“Topà, ma che domanda è? Ovvio che, se non volevo bene a te, non volevo bene nemmeno a tua sorella. Ti si sta trasformando il cervello in emmenthal, tutto pieno di buchi?”

“Squit. Maaa (la topastra gioca l’ultima scorrettissima carta, mentre sgrana gli occhioni come il gatto di Shrek) non ti facevo nemmeno tenerezza?”

“Tenerezza sì. Come me la fa qualunque cucciolo. Peccato che tu non avessi né coda né baffi, però. Questo ti ha un po’ fregato.”

“Scema.”

“Abbastanza, grazie.”

“Pffffffffffff.”

“Prrrrrrrrr. E poi, scusa, ma, seguendo il tuo ragionamento, anche tu avresti dovuto volermi bene da subito perché ero la donna che tuo papà amava. No?”

“Infatti io ti volevo bene.”

“Seee. E com’è che quando lo baciavo ti veniva la faccia da pterodattilo?”

“Non è vero.”

“Ho le foto, topastra. Aspetta un attimo che te ne faccio vedere un paio. Ecco, guarda.”

“Cazzo (ops, scusa, non dire al papà che ho detto cazzo). E’ vero, che faccia.”

“Ecco.”

“Va be’, ma ero piccola.”

“E che c’entra? Eri piccola, ma abbastanza grande da avere la faccia da pterodattilo.”

“Mhm. Eh già.”

“Eh sì. E comunque, ptero-topastra, non preferisci che io ti voglia bene per quello che sei tu, come persona, e non perché sei, come dire, una figlia di papà?”

“Beh, sì.”

“Ecco.  E io sono contenta che tu mi voglia bene per come sono io, e non perché sono la moglie di tuo papà.”

“Uhm, sai che forse hai ragione?”

“Càpita molto spesso.”

“Pfffffffff.”

“Prrrrrrr.”

 

 

Testo e foto di Rossella Calabrò

 

 

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Adotta una matrigna


Partendo dal presupposto, del tutto personale, che gli animali siano infinitamente meglio di noi umani, mi chiedevo: ma com’è che le gatte allattano i coniglietti, le scimmie i cagnolini, le lupe i romoli e anche i remi, persino le leonesse fanno purrr purrr alle gazzelle orfane, e noi matrigne a volte abbiamo tutte queste difficoltà con la prole altrui?

A parte il fatto che, appunto, anche il più infimo scarrafone, oltre a essere bello a’ mamma sua, è molto più generoso di noi umani, mi sa che l’inghippo sta nella parola “altrui”. Cioè, la leonessa, tipo, mica ha un’ex-moglie che manda venticinque sms al minuto al suo leone proprio mentre trombano, no? Che oltretutto il leone è noto per copulare per ore e ore di fila, quindi fate un po’ voi il conto degli sms che interrompono l’idillio a colpi di bip-bip. E la gatta, mica deve dividere i croccantini con l’ex-gatta del suo micione, o sbaglio? E le scimmie? Mentre accudiscono, chessò, il fox terrier trovatello, non hanno certo bisogno di spulciarsi insieme sul Blog delle Matrigne, eh?

Insomma, gli animali accudiscono i cuccioli di altre specie ma, a differenza di noi umani, non si smazzano le ex. E’, la loro, un’adozione vera e propria e, sull’adozione, credo siamo bravi anche noi. Quello che ci frega, a noialtri esserastri senza peli né coda, è il senso del possesso. Se un cucciolo è nostro, animalescamente voliamo a prendergli i vermi migliori, strisciamo a catturargli i topolini più succulenti, galoppiamo alla ricerca della biada più biologica ed ecosostenibile del mondo. Se invece il cucciolo è altrui, siamo più in difficoltà, anche per una sorta di pudore, di riservatezza, o anche di paura. Ma, attenzione, non perché il cucciolo non sia nostro, bensì perché, il fatto di non essere nostro, implica l’esistenza di una donna che lo ha partorito con il nostro uomo. (Di nuovo il senso del possesso). E questo, obbiettivamente, ci provoca dolore. E la donna che lo ha partorito, a pensare che il suo cucciolo stia con noi, prova altro dolore. Tutto ciò agli animali invece non succede. E, nonostante siano infinitamente meglio di noi, be’, mi secca dirlo, ma gli piace vincere facile, ecco.

Una controproposta? Facciamoci adottare dai figliastri. Olè.

 

Testo e foto di Rossella Calabrò

 

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Blog, Club, e mele rosse: il Manifesto delle Matrigne


Prendo spunto da un commento di una lettrice per un articolo che è un po’ il manifesto di questo blog. Faccio un riassuntino per le novizie, scusandomi con le veterane che, queste cose, le sanno a memoria.

Allora, tutto l’ambaradam matrignesco nasce nel 2007, quando decido che la mia esperienza di matrigna va condivisa. Ovviamente, questa mia esperienza, dopo anni di difficoltà si è trasformata in qualcosa di positivo, altrimenti non mi sarei mai sognata di condividerla. Sì, perché io penso che, a distruggere, son bravi tutti, ma a costruire son bravi in pochi. E io mi sento una specie di muratore del matrignato che, mattoncino dopo mattoncino (qualcuno mi è caduto in testa varie volte, ma la maggior parte son finiti al posto giusto) sta costruendo qualcosa di solido e utile a tutti. (Poi, ci sono situazioni in cui la cosa più saggia è distruggere, ovvero smatrignarsi, ma è un’altra questione, e in fondo fa sempre parte del costruire, però ri-costruendo se stesse).

Comunque, continuo con la storia: inizio a pubblicare il mio primo libro, con un editore piccolino perché l’argomento, ancora inedito in Italia nel 2008, è un po’ trasgressivo per i benpensanti. “Uova di matrigna” è stato infatti il primo libro in assoluto che racconta delle famiglie ricostruite dal punto di vista delle matrigne. Un libriccino piccolo, molto ironico, sicuramente provocatorio, in cui tantissime matrigne si sono riconosciute, sentendosi meno sole.

Poi fondo il Club delle Matrigne italiano, e per farlo vado fino a Parigi per confrontarmi e creare una sorta di gemellaggio con il Club des Marâtres parigino. Ora il Club è una realtà europea ed è collegato con altre associazioni simili in tutto il mondo. Poi, sempre nel 2008, un editore ospita il primo blog matrignesco, il mio “Mogliastre”, che chiudo nel luglio del 2011 per aprire questo su Style.it. Nel frattempo, nel 2009, esce il mio secondo libro, “Mogliastre, manuale semiserio per seconde mogli e matrigne”, in parte tratto da quel blog. Dopodiché, mentre il mio matrignato si evolve e io sto sempre meglio nel mio ruolo di matrigna, pubblico il terzo libro, “Di matrigna ce n’è una sola”, questa volta per un editore importante, Sonzogno. L’approdo a un grande editore è dovuto, oltre al coraggio dell’editor, ai numerosi articoli sui giornali, alle mie apparizioni in tivù, a una grande visibilità sui principali mezzi di comunicazione. Aggiungiamoci che io, di mestiere, per fortuna, faccio la comunicatrice e, insomma, la gente comincia ad accorgersi che le matrigne esistono, sono oltre un milione in Italia, e non sono tutte streghe col dono dell’invisibilità.

Ora qualcosa si sta muovendo, qualche altro libro dal punto di vista delle matrigne è uscito o sta uscendo, la pagina del Club delle Matrigne italiano, su Facebook, ha quasi mille contatti, escono film e serie tivù sull’argomento, insomma, lo sdoganamento matrignesco procede. Io veramente volevo fare qualcosa per salvare gli animali, ma mi son trovata a salvare le matrigne, che comunque son strane bestie. Per gli animali, mi ci metterò comunque al più presto. ;-)

Ma torniamo al Blog delle Matrigne. Questo è un posticino, spero, caldo e accogliente, dove tutte le matrigne posso raccontarsi, confrontarsi, e crescere insieme. Ci si racconta i successi e gli insuccessi, le lacrime, le rabbie, e le risate. Ovviamente, essendo un blog editoriale, è visibile a tutti, ma io credo che evitare il contatto con gli altri sia la cosa più sbagliata da fare, ci si aggroviglia su se stesse con gli stessi problemi che girano a vuoto e mancano nuovi punti di vista per disaggrovigliarsi. Ma, soprattutto, occorre che la gente sappia cosa si prova a essere matrigne e che, seppur con mille pregiudizi e diffidenze, si avvicini al nostro sentire e, magari magari magari, riesca per un attimo a mettersi nei nostri panni e provare quel briciolo di empatia che a volte, nelle relazioni, può far miracoli. Del resto, utilizzando i nick e un po’ di attenzione, ognuna di voi può dire quello che vuole (nel rispetto di tutti, ovviamente) senza esporsi, e contribuendo a fare un buon lavoro di sensibilizzazione. La privacy è garantita da me, e da tutte le partecipanti.

Poi, che questo blog abbia una piega quasi sempre ironica e anche un po’ cazzona, è perché è il mio blog, e io, senza ironia e cazzeggio, sarei morta. Ma l’ironia, a parte come sono fatta io, credo sia una delle armi più affilate e al tempo stesso paciose che ogni persona possa avere in dotazione.

Ecco, questa spataffiata che ho scritto era doverosa, scusate la lungaggine, ma ogni tanto una dichiarazione d’intenti ci vuole, e oltretutto mi è stata chiesta. Prometto che il prossimo articolo sarà quanto di più svaccato e caciarone possiate immaginare. ;-)

 

Testo e foto di Rossella Calabrò


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Benvenute nell’hammam-matrigna


Hammam-matrigna? Eh sì, perché questo, più che un nuovo blog, è quasi un hammam virtuale. Un luogo caldo e accogliente dedicato alle matrigne, per chiacchierare tutte insieme.

Ma chi sono le matrigne? Semplicemente (uhmmm, mica tanto semplicemente, ma va be’) sono le nuove compagne di uomini divorziati, portatori – sani?- di prole altrui.

Scoprirete, seguendo questo blog-hammam, che qui girano cosmetici molto speciali per massaggiare la mente, si affondano le mani in gran barattoloni di creme all’Amicizia, ci si ammorbidisce i neuroni con lussuosi flaconi di Sdrammatizzazione e con centinaia di tubetti di Risate. Perché, anche se la vita di una matrigna è davvero molto difficile, non c’è alcun motivo al mondo per non tentare di riderci un po’ su, tutte insieme.

Naturalmente qui si condivideranno anche i problemi, gli insuccessi, la rabbia e le frustrazioni. Ma anche, e spero soprattutto, i successi, perché la vita di una matrigna può essere persino bella. Credetemi. Io sono una matrigna veterana e, dopo anni faticosissimi, ora sono davvero felice del mio ruolo.

Molte delle lettrici di questo blog si conoscono già, perché, con il Club delle Matrigne ® e con un precedente blog, abbiamo fatto parecchia strada insieme. Molte invece arriveranno qui per la prima volta, magari si saranno dimenticate l’accappatoio o le infradito, ma sono sicura che verranno accolte dalle altre con quell’accoglienza che, strano a dirsi, proprio le tanto vituperate matrigne sanno dare.

E allora, un benvenuto grandissimo a tutte su questo nuovo blog. Non si vede, ma qui, dietro il mio fido mac, sono molto emozionata.

 

Testo e foto di Rossella Calabrò

 

 

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