Oggi, come molte di voi sanno, sono stata ospite di una trasmissione su Rai Due che parlava di matrigne.
Sul momento, nonostante sia credo l’ottava trasmissione televisiva a cui partecipo, ne sono uscita un po’ frustrata, perché è stato molto difficile riuscire a dire la mia in mezzo a un mucchio di personaggi che, di mestiere, parlano in tivù. Attori, giornalisti, gente di spettacolo insomma, e anche qualche sgomitatore professionista. Niente di male, ognuno fa il mestiere che si sente di fare, se è così fortunato da poterlo scegliere.
Io, di mestiere, scrivo. Non mi manca la parola, come invece ai cani, ma non so, e soprattutto non voglio, abbaiare.
Così, mi sono interrogata a lungo e sono arrivata alla sincera conclusione che non sto facendo come la volpe e l’uva, nondum matura est, ma davvero ho scelto, consapevolmente e non per timidezza, di non sgomitare né uggiolare per imporre il mio pensiero davanti alle telecamere. E credo, alla fin fine, e mettendo da parte la vanità, che questo sia stato il messaggio più forte che potessi dare. Naturalmente per chi è in grado, o ha voglia, di coglierlo.
Alla signora che più delle altre mi ha attaccato, all’uscita dalla Rai ho regalato un mio libro, con un sorriso (ci ho messo un po’ a farmelo venire, il sorriso, ma poi è arrivato ed era persino sincero). In modo che potesse informarsi, approfondire, capire, prima di parlare senza sapere. E in modo che anche a lei arrivasse il messaggio che non si combatte l’arroganza con l’arroganza, e non si combatte l’ignoranza ignorandosi a vicenda.
Ecco, invece, di tutte le pochissime cose che sono riuscita a dire in tivù oggi, ce n’è una che mi è uscita così, e che mi è piaciuta. Si discuteva del termine “matrigna” e, tra le varie cose che sono state dette, io ho sottolineato che il problema è proprio lì, nel fatto che la figura sociale della matrigna non esiste ancora, per questo si ha difficoltà persino a legittimare la parola. “La tipa del papi”, “il terzo genitore” (termine secondo me sbagliato), e altri mille definizioni, ma il vero lavoro da fare è riconoscere un ruolo alla matrigna. Ci sono le nonne, le zie, le nipoti, e ci sono anche le matrigne. Che sono parenti a tutti gli effetti e che, dopo quarant’anni (dalla legge sul divorzio) dovrebbero essere riconosciuti come tali.
Uffa che fatica, care matrigne mie. Però, e scusate se lo dico, sono orgogliosa di aver dato inizio, negli ultimi tre anni, a tutta una serie di trasmissioni e dibattiti sulle matrigne, perché, prima dei miei libri, del Club e del blog, di matrigne non ne parlava nessuno. Quindi, anche se non so, e non voglio, sgomitare né abbaiare, dai che qualcuno mi ha sentito lo stesso.
(Com’ero? Eh? Bello il vestito? Eh? Eh? E i capelli con i colpi di luce fatti da me con la polverina per i baffi? Eh?)
Testo e foto di Rossella Calabrò