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Intervista semiseria a un (bis) Principe Azzurro standard


La mattina appena sveglio cosa pensi?

Yawn. Speriamo che oggi nessuno mi rompa i coglioni.

L’ultima cosa che pensi prima di andare a letto?

Yawn. Speriamo che domani nessuno mi rompa i coglioni.

Il sogno ricorrente?

Un harem in cui tutte le mie ex si spalmano tra loro amorevolmente con unguenti profumati, narrando estatiche le mie epiche gesta e aspettando che io, con un tocco regale, indichi ogni notte la prescelta. Poi però mi sveglio perché mio figlio piange e la mia nuova moglie anche.

Se tu fossi un animale?

Un opossum. (*)

Se tu fossi uno sport?

Slalom gigante.

Se tu fossi un personaggio dei cartoni?

Avete presente Svicolone?

Una cosa da tenere in cassaforte?

I miei figli. (E la mia moto).

E sotto il cuscino?

La paura di perdere il loro affetto e la loro confidenza.

Una frase da T-shirt?

“Non ce la faccio a far contenti tutti.”

La donna ideale?

Complice: nelle difficoltà, nel sesso, nelle risate.

Un commento a questa intervista?

Yawn. Ma perché voi signore vi fate tutte queste domande?

 

 

Testo e foto di Rossella Calabrò

 

(*) La spiegazione nel blog Opossum Sapiens o nel libro “Perché le donne sposano gli opossum?”

 

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Blub



A volte ho l’impressione che gli uomini, nella famiglia ricostituita, se ne stiano lì, come sul bordo di un acquario, a guardare. Con tanto di costume, cuffia e occhialini ma, ecco, quel filino troppo contemplativi per un abbigliamento così sportivo.

Cosa se ne fa, scusi signore, della cuffia, se nell’acqua non ci mette nemmeno un piedino? E gli occhialini? Lo so che il cloro fa malissimo, ma pensi a chi, nel cloro, ci sta tutto il giorno in ammollo.

Scusi, signore, ma quando uno sta per tuffarsi non dovrebbe stare lì accoccolato come se stesse pensando – e dico pensando perché oggi sono in buona – credo che invece dovrebbe avere una posizione più dinamica, non so, almeno stare in piedi, ecco. No?

Signore, dica la verità, dentro la cuffia di silicone griffata ci ha nascosto anche i tappi per le orecchie, eh?

Signore, va be’ che non sente, ma non lo vede almeno che lì sotto, nell’acquario, si sta formando una schiuma mica tanto bella? Sa come nei fumetti quando tutti si azzuffano nella nuvoletta e intorno ci sono stelline e acc!? ✭ !!! # ☠ Ecco, è un po’ quello che sta accadendo lì nell’accadueò. Non è che metterebbe dentro una manina, tanto per fare ciao-ciao? Mica gliela mordono, sa? Cioè, magari un morsino ci scappa, è vero, ma fa parte della vita, un po’ come i matrimoni, i figli, i divorzi e quelle cose lì, mhm?

Signore? Ennò, non vale che se ne stia lì muto come un pesce, non lo sa che fuori dall’acqua un pesce non ci guadagna molto in salute?

Poi, lo so che lei detesta i conflitti, e più ancora dei conflitti detesta gestirli, però secondo me ogni tanto bisogna darsi una mossa, sa?

Ah, lei dice l’uomo è cacciatore, mica pescatore. E io le dico che l’uomo è sub, mica subnormale.

Dai signore, lo so che sono un’ottimista, ma lei venga giù con le pinne, il fucile e gli occhiali, dai che c’è da nuotare in un bel mare di melma, signore. Con rispetto per la melma, s’intende.

 

Testo e foto di Rossella Calabrò

 

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Sgomito, ergo sum?


Oggi, come molte di voi sanno, sono stata ospite di una trasmissione su Rai Due che parlava di matrigne.

Sul momento, nonostante sia credo l’ottava trasmissione televisiva a cui partecipo, ne sono uscita un po’ frustrata, perché è stato molto difficile riuscire a dire la mia in mezzo a un mucchio di personaggi che, di mestiere, parlano in tivù. Attori, giornalisti, gente di spettacolo insomma, e anche qualche sgomitatore professionista. Niente di male, ognuno fa il mestiere che si sente di fare, se è così fortunato da poterlo scegliere.

Io, di mestiere, scrivo. Non mi manca la parola, come invece ai cani, ma non so, e soprattutto non voglio, abbaiare.

Così, mi sono interrogata a lungo e sono arrivata alla sincera conclusione che non sto facendo come la volpe e l’uva, nondum matura est, ma davvero ho scelto, consapevolmente e non per timidezza, di non sgomitare né uggiolare per imporre il mio pensiero davanti alle telecamere. E credo, alla fin fine, e mettendo da parte la vanità, che questo sia stato il messaggio più forte che potessi dare. Naturalmente per chi è in grado, o ha voglia, di coglierlo.

Alla signora che più delle altre mi ha attaccato, all’uscita dalla Rai ho regalato un mio libro, con un sorriso (ci ho messo un po’ a farmelo venire, il sorriso, ma poi è arrivato ed era persino sincero). In modo che potesse informarsi, approfondire, capire, prima di parlare senza sapere. E in modo che anche a lei arrivasse il messaggio che non si combatte l’arroganza con l’arroganza, e non si combatte l’ignoranza ignorandosi a vicenda.

Ecco, invece, di tutte le pochissime cose che sono riuscita a dire in tivù oggi, ce n’è una che mi è uscita così, e che mi è piaciuta. Si discuteva del termine “matrigna” e, tra le varie cose che sono state dette, io ho sottolineato che il problema è proprio lì, nel fatto che la figura sociale della matrigna non esiste ancora, per questo si ha difficoltà persino a legittimare la parola. “La tipa del papi”, “il terzo genitore” (termine secondo me sbagliato), e altri mille definizioni, ma il vero lavoro da fare è riconoscere un ruolo alla matrigna. Ci sono le nonne, le zie, le nipoti, e ci sono anche le matrigne. Che sono parenti a tutti gli effetti e che, dopo quarant’anni (dalla legge sul divorzio) dovrebbero essere riconosciuti come tali.

Uffa che fatica, care matrigne mie. Però, e scusate se lo dico, sono orgogliosa di aver dato inizio, negli ultimi tre anni, a tutta una serie di trasmissioni e dibattiti sulle matrigne, perché, prima dei miei libri, del Club e del blog, di matrigne non ne parlava nessuno. Quindi, anche se non so, e non voglio, sgomitare né abbaiare, dai che qualcuno mi ha sentito lo stesso.

(Com’ero? Eh? Bello il vestito? Eh? Eh? E i capelli con i colpi di luce fatti da me con la polverina per i baffi? Eh?) ;-)

 

Testo e foto di Rossella Calabrò

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Di code di paglia, pugni di ferro e guanti di velluto


Il giorno in cui io e il mio legittimo sposo ci siamo baciati per la prima volta, faceva freddo, io avevo addosso un cappotto e in giro cominciavano a vedersi zucche, fantasmini e pipistrelli per l’imminente Halloween. (In seguito ho visto altri fantasmini e pipistrelli, extra-Halloween, ma questa è un’altra storia).
Quel giorno di freddo e zucche e pipistrelli e cappotti, dicevo, è poi diventato, negli anni, il nostro anniversario.

La scorsa settimana, presa da improvviso rimbecillimento, ho confuso le date e ho annunciato perentoria al mio amato bene che era il nostro anniversario.

Lui, che ha su queste cose una coda di paglia di dimensioni tali da ospitare un intero fienile, mi ha preso sul serio, nonostante i 30 gradi di temperatura, l’assenza di zucche fantasmini e pipistrelli, le mie infradito al posto dei moonboots, e il calendario che recitava placido ma autorevole: Settembre.

Insomma, per colpa mia, ops, abbiamo festeggiato l’anniversario con un mese  di anticipo. Ora, che magari io avessi voglia di un supplemento di festeggiamenti può essere, che fossi molto stanca e stressata ci sta, che sia di mio un po’ stordita anche. Ma lui, un tignoso pignolo pazzesco, come può avermi preso sul serio?

La risposta è nella natura degli uomini. Pur di non rischiare anche il minimo accenno di rottura di scatole, di discussione, di confronto su argomenti proverbialmente spinosi come gli anniversari (e i compleanni, e i san Valentino etc), gli uomini spesso emettono un generico e bovino occhèi a qualunque proposta, mentre nel frattempo pensano vorticosamente a dove organizzare la prossima grigliata con amici, partita, birretta, rutto libero e campionato di lancio della caccola. Della serie: mi costa meno dire di sì che stare a discutere.

Io direi che, da questo momento in poi, per rifarci di questa lieve pusillanimità, di questa  ignavia maschile, possiamo approfittarne per imporre quatte quatte una serie di scelte ardite, di festeggiamenti fuori stagione, di pandori a ferragosto, o di ex velenose finite, per errore naturalmente, ops, nel cassonetto.

 

Testo e foto di Rossella Calabrò

 

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E-book, o-possum

Oh, possum dirvi una cosa che mi emoziona? Da oggi è on-line il mio quarto libro, questa volta digitale per darmi una rimodernata. Un e-book, insomma. Si intitola “Perché le donne sposano gli opossum?”.

La tesi del libro è che l’uomo (maschio) non discende dalla scimmia, ma dall’Opossum sapiens, un piccolo paraculide peloso apparso sulla terra milioni di anni fa. Paraculide che, in caso di minaccia o situazione difficile da gestire, si finge morto stecchito. (Vi ricorda qualcuno?)

Ogni capitolo del libro, nonostante sia molto ironico, ha una base scientifica per sostenere la mia tesi. Mi sono documentata, insomma, spulciando tra le mie passioni: l’etologia, la zoologia, e la psicologia.

Quindi, se qualche opossum (seee, vabbe’, uomo) contesta la tesi, sappia che, appunto, mi sono documentata, e che Darwin non aveva capito niente. Del resto, anche lui era un opossum, no?

http://www.bookrepublic.it/book/9788897669036-perche-le-donne-sposano-gli-opossum/

 


(Le illustrazioni del libro, al tratto, in stile manuale di zoologia, sono di Rossella Calabrò)


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