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Smamma?

 

Ho ritrovato questo capitolo del mio “Di matrigna ce n’è una sola”, e ve lo copio-incollo, magari da leggere alle vostre figliastre. Figliastre che io nel libro chiamo “husky”, perché secondo me gli adolescenti e i pre-adolescenti hanno tutti quello sguardo lì, da bellissimi cani da slitta che guardano sempre lontano, oltre l’orizzonte, apparentemente imperturbabili e invece nel pieno di una tempesta emotiva (e, be’ anche ormonale).

“Pensa, mia husky: se un giorno diventerai anche tu una matrigna, avrai già il tuo Club bell’e pronto, dove incontrare altre matrigne come te. Che poi, il Club, io l’ho fondato proprio perché ti ho conosciuto, sennò mica sarei diventata matrigna. E, soprattutto, l’ho fondato perché sono una matrigna felice di esserlo, così posso passare la mia forza, e la mia esperienza positiva, alle matrignette novizie.

Sì, husky, lo so che i primi anni tra noi non sono stati tutti rose e fiori di melo, ma poi abbiamo trovato un equilibrio, no?

Un po’ di veleno della mela te lo sei sgranocchiato tu, il resto me lo sono mangiato io, qualche morsetto gliel’ha dato anche il tuo papà, ma poi è rimasto un bel torsolo, pulito pulito, senza veleno e con tanti semini ancora da latte. I semini hanno germogliato, ed eccoci qua con questo albero genealogico un po’ allargato, ma forte e sano.

Sai, l’altro giorno pensavo a un nome alternativo a matrigna, che è un nomaccio che ti fa partire già col piede sbagliato. A un certo punto mi è venuto in mente che, essendo io una non-mamma, il nome potrebbe essere “s-mamma”. Poi mi sono messa a ridere da sola, perché, tu mi insegni, husky scolare, smamma è l’imperativo del verbo smammare. E sai quante matrigne smammano perché le figliastre non sono dolci e limpide come te? Oppure perché le matrigne stesse si irrigidiscono sulle loro posizioni e non riescono ad avere un rapporto spontaneo con voi piccoli alieni dagli occhi di ghiaccio? E sai di chi è la colpa di tutto questo? No, per una volta non do la colpa agli uomini, guarda.

La colpa è di una signora vecchia e brutta che si chiama Paura. Una signora stronzissima che si intrufola dappertutto, e che fa venire a tutti il maldipancia. Hai presente quel maldipancia che ti prende quando c’è la verifica di matematica? Ecco, quello. La Paura ti blocca lì, rigida e fissa come uno stoccafisso e, stoc, non ti molla più, neanche col disgelo.

E’ lei che fa casino, sai? E’ lei che fa pensare a tutti i componenti della famiglia ricostituita, e anche agli ex componenti, che col nuovo assetto non contano più niente, che nessuno gli vuole bene come una volta.

Ma l’amore non è una torta di mele, che a un certo punto finisce. L’amore è una cosa che, come l’appetito, vien mangiando. Insomma, più ami, più ti vien voglia di amare. Però la Paura, questa cosa, mica te la dice. Anzi, la tiene ben nascosta sotto le sue puzzolenti gonnellone da strega. Essì, perché la vera strega è lei, non la matrigna.

La matrigna, mia huskina, mi sa che assomiglia molto di più a Biancaneve. Ma tu, shhhh, non dirlo a nessuno, che poi la casa si riempie di nani, e qui ci sei già tu, mia nanerottola-bau.”

 

Tratto da “Di matrigna ce n’è una sola” di Rossella Calabrò, Sonzogno editori.

Foto di Rossella Calabrò

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“Diciotto voglie di cuore” Contro la violenza sulle donne

 

“Diciotto voglie di cuore” è tratto dal libro “Di matrigna ce n’è una sola” edito da Sonzogno. Scusate, credo di averlo già postato, ma l’argomento è importantissimo e voglio dare, nel mio piccolo, un contributo.

 

“Aveva diciotto anni e diciotto voglie di cuore su tutto il corpo.
Aveva sette sere alla settimana, dopo il lavoro, per andare a scuola.
Il suo cuore, con tutte quelle voglie sparse per il corpo, era dolce e grande. Le sue sere, piccole e stanche. Ma, a scuola, Irene ci andava sempre.

 

Una sera che era così piena di voglie di cuore che le si vedevano anche sotto il paltò, Irene scese dal tram e subito le si avvicinò un ragazzo. Era un ragazzo di quelli che è meglio non parlarci, si vedeva subito.
Ma le voglie di cuore cominciarono a farsi più rosse, un cesto di fragole per ogni parola che lui le diceva.

Sono solo, chiacchieriamo un po’? E Irene pensava: non dovrei chiacchierarci, lui porta i segni di tutto quello che non va. Ma proprio per questo ha bisogno di me. I suoi segni, forse, con qualche parola leggera come una carezza, se ne vanno e lui guarisce.

La ragazza con le voglie di cuore lo salutò con un sorriso, e poi prese la strada di casa.

Ta tùm, ta tùm.

Forse erano i passi del ragazzo che la seguiva, o forse era il suo cuore che faceva il rumore delle ragazze quando hanno paura.

Il ragazzo, con tutti i suoi brutti segni, le prese un braccio. Glielo rubò, stringendolo forte, strappandoglielo un po’.
Irene spaventata disse: no.
E poi, mentre le voglie di cuore le si facevano piccole piccole, gli spiegò che chiacchierare due minuti l’aveva fatto, ma adesso doveva proprio andare a casa.

Ta tùm, ta tùm.

Si mise a camminare più in fretta, e qualche voglia di cuore le si staccò dal corpo e finì calpestata sotto gli stivali del ragazzo.

Ta tùm, ta tùm.

Arrivò sotto casa sua. Il ragazzo la spinse contro il portone, tra il buio e la paura.
Irene disse: no.
Il ragazzo la spinse più forte, le tolse il respiro, e la maglietta.
Irene urlò. Il ragazzo no.

Irene raccolse da terra la maglietta, le lacrime, e poi vide le sue diciotto voglie di cuore che erano cadute tutte per terra.
Non le tornò mai più la voglia di raccoglierle.”

 

(Testo e foto di Rossella Calabrò)

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I disagi della matrigna, e il codino di maiale

 

Qualche anno fa avevo prestato il mio studio a un’amica carissima che si trovava in un momento di emergenza amorosa. L’avevo fatto volentieri, e anzi mi faceva tenerezza l’idea che, nello studietto, io ci lavorassi di giorno e lei ci dormisse di notte. Non ci incrociavamo praticamente mai, solo a volte durante il cambio della guardia, verso le otto di sera: io andavo via coi fogli di carta, lei arrivava col pigiama.

Però.

Però, ogni tanto mi veniva il nervoso. Uno di quei nervosi per cui una si insulta da sola, si dà della nevrotica, della meschina, della stronza anche. Mi capitava quando magari vedevo i suoi cosmetici sullo specchio del mio bagno, o un paio di mutande stese ad asciugare sul calorifero. Le sue mutande, sul mio calorifero. Mi faceva impressione, ecco. Mi sentivo invasa. E dire che ero davvero felicissima che lei abitasse lì per un po’, e anzi ero molto orgogliosa poterle dare una mano.

Eppure.

Eppure i segni della sua presenza mi turbavano. Non tanto, eh, per carità. Ma, sapete quella sensazione di nervi che per un attimo, vrrrrrrrr, si arricciano come codini di maiali? Ecco, un po’ quella.

Ripensandoci, è la stessa sensazione – di quelle per cui una si insulta da sola, si dà della nevrotica, della meschina, della stronza anche – che provavo durante i primi anni di matrignato al cospetto di oggetti figliastreschi sparsi per casa. Ora mi fanno tenerezza, ma allora il codino di maiale, vrrrrrr, mi si arricciava un bel po’.

Però, se mi si arricciava anche con la mia amica carissima, che non aveva niente a che fare con i precedenti matrimoni di mio marito (credo), allora quel vrrrrr vrrrrrrr forse non era legato direttamente ai miei disagi di matrigna.

Insomma, dovremmo imparare a distinguere i vrrrrr vrrrrrrr: ci sono arricciamenti di nervi generici, e arricciamenti di nervi specifici. Di quelli generici, non incolpiamo la famiglia ricostituita. Che, di vrrrrrr vrrrrrrrr ne produce tanti, ma non li produce tutti.

Mettiamoci anche che ho un brutto carattere, ovviamente, che vrrrrr-isce davvero troppo spesso.

 

 

(Testo e foto di Vrrrrrrossella Calabrò)

 

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Ritratto di famiglia con gaffe

 

Questa è scemina ma ve la devo raccontare. Allora, l’antefatto è che la mia figliastra più grande, ventiseienne, è andata da poco a convivere con il suo ragazzo.

Il fatto: ci invitano nella loro nuova casetta, e ci conducono, come gran finale, davanti a una libreria (la solita vecchia cara Billy dell’Ikea) con due ripiani pieni zeppi di foto.

La figliastra, tutta orgogliosa, ce le mostra e: “Qui ci sono i ritratti di tuuuuuuutta la famiglia!”

Poi mi guarda, e nei suoi occhi si disegna il terrore più puro. “Caaaaaaaazzo, Rossella, non c’è la tua fotooooo!” pigola atterrita la pulcinastra, perdendo anche qualche piuma che svolazza placida sul parquet.

Io scorro con sguardo implacabile lo scaffale, noto che ci sono cani e porci, persino il gatto dei vicini, il topo, l’elefante e anche i due leocorni, ma in effetti la mia foto non c’è.

“Ecco, lo sapevoooooo, vedi, la matrigna per te non conta nienteeeeee” piagnucolo, ma per scherzo, perché ormai son passati dodici anni e so che lei mi vuole davvero bene. Se la foto non c’è, è solo perché, in effetti, io una mia foto non gliel’ho mai data.

La pulcinastra è imbarazzatissima, giura e spergiura che non sa come sia potuto succedere, si strappa tutte le piume, tenta di rientrare nell’uovo, si candida per farsi impanare e diventare crocchetta di pollo. Ma io sono sicura della sua buonafede, e ci ridiamo su.

Una cosa del genere, se mi fosse capitata qualche anno fa, mi avrebbe fatto piangere per una settimana di fila. Ma, per fortuna, le cose cambiano, si cresce, ci si evolve, ci si costruisce un ruolo affettivo ben preciso che nessun fottuto Billy senza foto matrignesca può scalfire.

 

Un mese dopo, cioè l’altra sera. Cena in pizzeria, con la figliastra e il suo ragazzo. Io nel frattempo ho provveduto a fornirle una piccola cornice d’argento con una mia foto (non ho resistito, nella foto ho un’espressione feroce e mordo una mela rossa). Le dico, ridendo: “Allora, hai messo la foto della matrigna più cattiva del reame sulla libreria, adesso?” E, prima che lei possa rispondere, il suo ragazzo interviene e le dice: “In effetti, amore, volevo chiedertelo già da un po’: perché hai messo la foto di Rossella sullo scaffale dedicato alle foto dei morti?”

 

N.B. Il fatto che la mia foto fosse finita sullo scaffale dei morti ha una sua spiegazione logica, noiosa da raccontare ma assolutamente credibile e inattaccabile.

 

(Testo e foto di Rossella Calabrò, buon’anima)

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Intervista semiseria a un (bis) Principe Azzurro standard


La mattina appena sveglio cosa pensi?

Yawn. Speriamo che oggi nessuno mi rompa i coglioni.

L’ultima cosa che pensi prima di andare a letto?

Yawn. Speriamo che domani nessuno mi rompa i coglioni.

Il sogno ricorrente?

Un harem in cui tutte le mie ex si spalmano tra loro amorevolmente con unguenti profumati, narrando estatiche le mie epiche gesta e aspettando che io, con un tocco regale, indichi ogni notte la prescelta. Poi però mi sveglio perché mio figlio piange e la mia nuova moglie anche.

Se tu fossi un animale?

Un opossum. (*)

Se tu fossi uno sport?

Slalom gigante.

Se tu fossi un personaggio dei cartoni?

Avete presente Svicolone?

Una cosa da tenere in cassaforte?

I miei figli. (E la mia moto).

E sotto il cuscino?

La paura di perdere il loro affetto e la loro confidenza.

Una frase da T-shirt?

“Non ce la faccio a far contenti tutti.”

La donna ideale?

Complice: nelle difficoltà, nel sesso, nelle risate.

Un commento a questa intervista?

Yawn. Ma perché voi signore vi fate tutte queste domande?

 

 

Testo e foto di Rossella Calabrò

 

(*) La spiegazione nel blog Opossum Sapiens o nel libro “Perché le donne sposano gli opossum?”

 

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Tovaglioli verdi sul pianeta Terra

 

Avevo tredici anni, ero in vacanza con i miei genitori in Grecia.

Una sera siamo in un ristorante dove moltissimi ragazzini della mia età ballano in mezzo alla sala. E molti si avvicinano ai tavoli per invitare le ragazzine tipo me.

Speriamo che qualcuno mi inviti, mi dico, e intanto mi metto i capelli davanti agli occhi, che mi danno sicurezza e magari mi fanno anche più bella.

Sta per avvicinarsi un ragazzino, un po’ grasso a dire il vero, ma insomma l’importante è che qualcuno mi inviti a ballare. Ho le mani sudate, la tachicardia, ma sono pronta per dirgli: yes.

Però, però, però, perché il mio futuro cavaliere ora sgrana gli occhi e ridacchia?

Oddìo, cosa avrò che non va? mi chiedo atterrita. Si è accorto che sono troppo bassa, troppo alta, troppo grassa, troppo magra, troppo bionda, troppo mora? Sono troppo cosa, cazzo? O troppo poco cosa, stracazzo? Perché ‘sto ciccione ride?

Poi, mi giro verso mia madre. Non so perché lo faccio, certo non per chiederle aiuto o complicità. Non è una mia amica. Però, sta di fatto che la guardo. E immediatamente mi pento di averlo fatto. Nonché, di essere al mondo.

Mia madre è una bellissima donna di trentacinque anni. Con, evidentemente, ancora la voglia di scherzare.

Mia madre è lì, al mio tavolo, visibilmente MIA madre, che se la ride con infilati nelle orecchie due tovaglioli di carta, verdi, arrotolati a cono, e la faccia da Shrek in vena di spiritosaggini.

Mia madre, con i fottuti tovagliolini verdi nelle fottutissime orecchie. Mentre tutti la guardano e sorridono divertiti. Mentre io vorrei ucciderla, o uccidermi, a piacere.

Qui giace la piccola Rossella Calabrò,

morta di vergogna a tredici anni, in terra straniera.

Il ragazzino mi chiede di ballare e io, sdegnosa, dalla mia bara gli rispondo di no. Poi mi produco nella regolamentare corsa dell’adolescente, in bagno a piangere (previo sbattimento plateale della porta) e a lanciare insulti di fuoco al mondo degli adulti.

Questo aneddoto è per dire che, quello che per un adulto è, chessò, verde, per un bambino è rosso. Che uno scherzo come per esempio quello dei tovaglioli nelle orecchie, a un adulto sembra una cosa innocente e divertente, mentre un adolescente può percepirlo come un gravissimo attentato alla propria dignità.

Che, insomma, la sensibilità non è mai abbastanza. E che, è vero che quel ragazzino lì era un ciccione, però ancora adesso se ci penso arrossisco di un’inutile, ma cocente vergogna.

 

Testo e foto di Rossella Calabrò

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Intervista semiseria a una matrigna standard

La mattina appena sveglia cosa pensi?

Mi chiedo se la mia vita a fisarmonica affronterà una giornata da coppia o da famiglia.

Qual è l’ultima cosa che fai prima di andare a letto?

Metto nel forno i figliastri e poi li divoro, ovvio, no? Scherzo, scherzo, sono a dieta. In realtà vado a dar loro il bacio della buonanotte, zitta zitta, chiedendomi ogni volta se sono autorizzata a farlo.

Il sogno ricorrente?

Un’astronave carica di ex mogli che atterra sul mio cuore. Poi scendono e ci fanno su un pic-nic, lasciando in giro un sacco di cartacce.

Se tu fossi un animale?

Un anfibio. Tipo un ornitorinco. Mica per il rinco, eh.

Se tu fossi uno sport?

Il salto a ostacoli.

Se tu fossi un sentimento?

Sarei la paura e il coraggio insieme.

Una cosa da tenere in cassaforte?

La mia indipendenza. Economica e mentale.

E sotto il cuscino?

Il rispetto che mi è dovuto, per non dimenticarmene mai. Nemmeno quando dormo.

Una frase da T-shirt?

Orgoglio Matrigno. O Stepmother Pride, se si pensa all’esportazione.

Qual è la prima cosa che noti in un uomo?

Se ha il seggiolino in macchina.

Cosa ti smuove gli ormoni?

Un uomo che sa gestire le situazioni con fermezza e coraggio e sensibilità. Sì, adoro la fantascienza.

 

Testo e foto di Rossella Calabrò

 

 

 

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Il Manifesto degli Adolescenti

 

Se mi chiedi cos’ho fatto oggi, la mia risposta, a qualunque latitudine, sarà invariabilmente un biascicato: nieeente. Perché tu, il mio niente che è fatto di tantissime cose, non potresti capirlo.

Se mi chiedi com’è andata a scuola, la mia risposta, a qualunque latitudine, sarà invariabilmente: come al solito. Perché se ti raccontassi per esempio che mi hanno fatto piangere, tu mi spiegheresti come si fa a diventare forti, e io voglio impararlo da solo.

Se mi chiedi cosa faccio per la contraccezione, la mia risposta, a qualunque latitudine, sarà invariabilmente: mhm. Perché, scusami, ma sesso e genitori son due cose che non c’entrano niente, e metterle insieme mi imbarazza da morire.

Se mi chiedi perché mi vesto così, la mia risposta, a qualunque latitudine, sarà invariabilmente: perché lo fanno tutti. E se tu trovi che la risposta sia un monumento al qualunquismo, sappi che per me, vestirmi come tutti, mi dà più sicurezza di mille dei tuoi abbracci.

Se mi chiedi perché passo ore al computer o davanti alla tele, la mia risposta, a qualunque latitudine, sarà invariabilmente il mio silenzio. Però, se tu hai di meglio da offrirmi, io sono pronto. Ma saprai stupirmi, o saprai solo dirmi: vai a studiare?

Se mi chiedi perché ho sempre il muso, la mia risposta, a qualunque latitudine, sarà invariabilmente: boh. Sai, queste domande mi fanno sentire ancora più solo.

Se mi chiedi di raccontarti qualcosa di me, la mia risposta, a qualunque latitudine, sarà invariabilmente: non ho niente da dirti. Perché tu penseresti solo a come impedirmi di rifare quello che ti ho appena raccontato.

Se mi chiedi perché ti racconto un sacco di palle, la mia risposta, a qualunque latitudine, sarà invariabilmente: rileggiti il punto sopra.

E se mi chiedi perché non comunichiamo, la mia risposta è che ti sei dimenticato di come eri alla mia età. E, a qualunque latitudine dell’anima, credimi, questa è una perdita gravissima.

 

 

Testo e foto (e provocazione)  di Rossella Calabrò

 

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Un libro da regalare? “Di matrigna ce n’è una sola”


Un po’ perché la pubblicità è uno sporco mestiere ma qualcuno deve pur farlo, ;-) un po’ perché questa bellissima recensione, scritta l’anno scorso da una figliastra (non mia) mi ha commosso, ecco che pubblico qui il suo post. Poi, se volete fare un regalo di Natale a una vostra amica dai 13 ai 113 anni, madre, matrigna, figlia o figliastra che sia, sono contenta, ecco.

“Se pensate che le matrigne siano donne bellissime ma cattive, vi sbagliate di grosso. Seconde mogli di uomini ormai già padri di prole altrui, si destreggiano più o meno agilmente tra il nuovo amore, la carriera, i propri sogni e i figli. Degli altri.
E ci sono donne che tutto questo non lo vivono (più?!) come contrappasso obbligato per aver ottenuto l’amore di un uomo divorziato, ma come ormai piacevole routine dopo un mare di imprevisti, difficoltà e pianti solitari.
Una di queste donne straordinariamente forti e determinate è Rossella Calabrò, già autrice di Uova di Matrigna (sotto pseudonimo) e Mogliastre, che giunta al suo terzo successo si rivolge proprio a noi figliastre: donne in miniatura che una mamma già ce l’hanno, ma si trovano tutto d’un tratto a ereditare anche una “tipa del papi” di natura assai dubbia.
Di matrigna ce n’è una sola nasce infatti come una raccolta di “appunti di diseducazione sentimentale per figlie, figliastre, madri e matrigne”.
Diseducazione, perché si rivolge a una giovanissima figliastra con parole e idee poco politically-correct ma molto utili nella vita pratica di ogni adolescente che si rispetti: sfiora temi complessi quali la politica, l’omosessualità, la violenza sulle donne, la chirurgia estetica e la morte con la delicatezza di una mamma e la sincerità spudorata dell’amica del cuore.
Nessuna paura a rivelare i piccoli grandi segreti che tutti gli adulti tendono a occultare nel famoso armadio assieme agli scheletri, perché d’altronde non è una mamma, ma una matrigna! Affronta perciò a viso aperto tutte le esperienze dell’adolescenza dall’autostop ai disturbi alimentari, passando per le comuni degli anni ’70 e gli abbordaggi non voluti, al limite della violenza.
La storia sta tutta in una valigia, eredità della giovane destinataria, piena di oggetti strani e deliziosi che raccontano passo passo il rapporto tra una matrigna che non ha mai voluto diventare madre, e una figliastra che di madre ne ha già una. Il racconto commovente del loro primo incontro, le spassose parentele prive di DNA comune, il desiderato secondo matrimonio e ricordi d’infanzia mixati a episodi spassosissimi della gioventù contemporanea.
La metafora d’effetto più morbida del libro? Il paragone tra gli adolescenti e una muta di husky in fuga al Polo: occhi di ghiaccio e cuore di panna. Non proprio facili da gestire, ma curiosi e vispi, desiderosi di comprensione e amicizia, ma anche di regole e consigli.

Un’autrice gattofila e perspicace, un romanzo delizioso e toccante che piacerà a tutte le figliastre (e non).

“Noi adulti facciamo un sacco di cose strane per non ferirvi, mentre tante volte la verità, spiegata in modo che possiate capirla, è la scelta migliore”
Infatti Rossella, è la lettera d’amore matrignesco più bella che una figliastra possa desiderare!”

Post di Erika Pompili, tratto da TheWoman.it


P.S. Per chi riceverà a Natale un kindle o un iPad, o semplicemente ha voglia di leggersi un e-book sul computer, da oggi “Di matrigna ce n’è una sola” oltre alla versione cartacea, è anche in versione digitale, in compagnia degli e-opossum.
http://www.bookrepublic.it/books/authors/Rossella%20Calabrò/

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Blog, Club, e mele rosse: il Manifesto delle Matrigne


Prendo spunto da un commento di una lettrice per un articolo che è un po’ il manifesto di questo blog. Faccio un riassuntino per le novizie, scusandomi con le veterane che, queste cose, le sanno a memoria.

Allora, tutto l’ambaradam matrignesco nasce nel 2007, quando decido che la mia esperienza di matrigna va condivisa. Ovviamente, questa mia esperienza, dopo anni di difficoltà si è trasformata in qualcosa di positivo, altrimenti non mi sarei mai sognata di condividerla. Sì, perché io penso che, a distruggere, son bravi tutti, ma a costruire son bravi in pochi. E io mi sento una specie di muratore del matrignato che, mattoncino dopo mattoncino (qualcuno mi è caduto in testa varie volte, ma la maggior parte son finiti al posto giusto) sta costruendo qualcosa di solido e utile a tutti. (Poi, ci sono situazioni in cui la cosa più saggia è distruggere, ovvero smatrignarsi, ma è un’altra questione, e in fondo fa sempre parte del costruire, però ri-costruendo se stesse).

Comunque, continuo con la storia: inizio a pubblicare il mio primo libro, con un editore piccolino perché l’argomento, ancora inedito in Italia nel 2008, è un po’ trasgressivo per i benpensanti. “Uova di matrigna” è stato infatti il primo libro in assoluto che racconta delle famiglie ricostruite dal punto di vista delle matrigne. Un libriccino piccolo, molto ironico, sicuramente provocatorio, in cui tantissime matrigne si sono riconosciute, sentendosi meno sole.

Poi fondo il Club delle Matrigne italiano, e per farlo vado fino a Parigi per confrontarmi e creare una sorta di gemellaggio con il Club des Marâtres parigino. Ora il Club è una realtà europea ed è collegato con altre associazioni simili in tutto il mondo. Poi, sempre nel 2008, un editore ospita il primo blog matrignesco, il mio “Mogliastre”, che chiudo nel luglio del 2011 per aprire questo su Style.it. Nel frattempo, nel 2009, esce il mio secondo libro, “Mogliastre, manuale semiserio per seconde mogli e matrigne”, in parte tratto da quel blog. Dopodiché, mentre il mio matrignato si evolve e io sto sempre meglio nel mio ruolo di matrigna, pubblico il terzo libro, “Di matrigna ce n’è una sola”, questa volta per un editore importante, Sonzogno. L’approdo a un grande editore è dovuto, oltre al coraggio dell’editor, ai numerosi articoli sui giornali, alle mie apparizioni in tivù, a una grande visibilità sui principali mezzi di comunicazione. Aggiungiamoci che io, di mestiere, per fortuna, faccio la comunicatrice e, insomma, la gente comincia ad accorgersi che le matrigne esistono, sono oltre un milione in Italia, e non sono tutte streghe col dono dell’invisibilità.

Ora qualcosa si sta muovendo, qualche altro libro dal punto di vista delle matrigne è uscito o sta uscendo, la pagina del Club delle Matrigne italiano, su Facebook, ha quasi mille contatti, escono film e serie tivù sull’argomento, insomma, lo sdoganamento matrignesco procede. Io veramente volevo fare qualcosa per salvare gli animali, ma mi son trovata a salvare le matrigne, che comunque son strane bestie. Per gli animali, mi ci metterò comunque al più presto. ;-)

Ma torniamo al Blog delle Matrigne. Questo è un posticino, spero, caldo e accogliente, dove tutte le matrigne posso raccontarsi, confrontarsi, e crescere insieme. Ci si racconta i successi e gli insuccessi, le lacrime, le rabbie, e le risate. Ovviamente, essendo un blog editoriale, è visibile a tutti, ma io credo che evitare il contatto con gli altri sia la cosa più sbagliata da fare, ci si aggroviglia su se stesse con gli stessi problemi che girano a vuoto e mancano nuovi punti di vista per disaggrovigliarsi. Ma, soprattutto, occorre che la gente sappia cosa si prova a essere matrigne e che, seppur con mille pregiudizi e diffidenze, si avvicini al nostro sentire e, magari magari magari, riesca per un attimo a mettersi nei nostri panni e provare quel briciolo di empatia che a volte, nelle relazioni, può far miracoli. Del resto, utilizzando i nick e un po’ di attenzione, ognuna di voi può dire quello che vuole (nel rispetto di tutti, ovviamente) senza esporsi, e contribuendo a fare un buon lavoro di sensibilizzazione. La privacy è garantita da me, e da tutte le partecipanti.

Poi, che questo blog abbia una piega quasi sempre ironica e anche un po’ cazzona, è perché è il mio blog, e io, senza ironia e cazzeggio, sarei morta. Ma l’ironia, a parte come sono fatta io, credo sia una delle armi più affilate e al tempo stesso paciose che ogni persona possa avere in dotazione.

Ecco, questa spataffiata che ho scritto era doverosa, scusate la lungaggine, ma ogni tanto una dichiarazione d’intenti ci vuole, e oltretutto mi è stata chiesta. Prometto che il prossimo articolo sarà quanto di più svaccato e caciarone possiate immaginare. ;-)

 

Testo e foto di Rossella Calabrò


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