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Figli e figliastri: libretto di istruzioni

 

Avete acquistato presso la nostra ditta un figlio o un figliastro? Complimenti! Eccovi il libretto di istruzioni, del tutto gratuito, che ci eravamo dimenticati di allegare.

Nozione base: il figlio o figliastro (chiamiamolo Esemplare F), nonostante le apparenze talvolta demoniache, è in tutto e per tutto un bambino o un adolescente appartenente alla razza umana. Ciò si nota agevolmente appoggiando l’esemplare con cautela per terra e osservandolo a distanza di sicurezza, talvolta con una maschera antigas. Se per caso nei suoi occhioni notate una pupillina stretta stretta, tipica dei cobra, non fateci caso, probabilmente avete solo sbagliato il lavaggio. La prossima volta usate l’anti-infeltrente, che potete riciclare per i vostri capelli in caso di pioggia.

Una nota: se non vi riconoscete nei comportamenti di un Esemplare F, se pensate insomma che alla sua età non eravate così, avete probabilmente ragione. Ma alla vostra età i genitori erano diversi, voi eravate diverse, e anche la società era diversa, quindi non accanitevi a cercare differenze, perché le troverete tutte, ma sarà una pedalata a vuoto che vi farà solo venire due polpaccioni così. Limitatevi ad accettare, eventualmente capire, e sicuramente gestire. Comunque noi, per politica aziendale, non accettiamo resi. Eh no.

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Se l’Esemplare F acquistato presso la nostra onorata ditta è di sesso femminile, vi consigliamo di ordinare anche, presso la farmacia con noi convenzionata o dallo spacciatore nei giardinetti sotto casa, un poderoso kit di psicofarmaci da tenere sul comodino.

In ogni caso vi informiamo che la gelosia femminile è un fatto inevitabile che si verifica sia tra matrigne e figliastre, sia tra madri biologiche e figlie biologicissime. Sono stati scritti fiumi di parole su Edipo, Elettra, e tutti quei complessi lì che non suonano ma che ce le suonano.

Inoltre è bene sappiate, esimie clienti, che noi non accettiamo reclami in quanto i problemi non dipendono dalla qualità della nostra fornitura, ma dai capricci della Natura S.p.A. Che non ha alcun legame commerciale con noi.

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Se avete acquistato un modello “Baby”, osservate attentamente la dicitura tatuata sulla nuca, appena sotto la zona dove si annidano plotoni di pidocchi: il Baby richiede una quantità smodata di attenzioni. Ma smodata-smodata. Del resto è nella sua fisiologia. Vi siete mai chieste perché le voci dei cuccioli, d’uomo o di qualunque altro mammifero, sono così stridule e ricche di decibel? Proprio perché la natura ha dotato i piccoli di corde vocali da stadio, in modo da essere sentiti dagli adulti, in caso di bisogno, anche a distanze galattiche. In effetti il kit di teletrasporto“Galassia Lontana” che avevamo commercializzato recentemente è stato un flop, perché le voci dei nostri modelli Baby arrivavano a rompere i timpani, e non solo, anche su Betelgeuse e pianeti limitrofi.

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Specifico per matrigne: se ritenete che il vostro Esemplare F sia maleducato, andate a osservare la dicitura che abbiamo tatuato sotto la sua chiappa destra: dice che, in casa vostra, voi siete libere di imporre le vostre regole, impostando adeguatamente l’appostito chip posto sotto la sua ascella sinistra. A casa sua il chip ascellare verrà ri-impostato in altro modo, poi di nuovo a casa vostra nell’altra modalità e così via. Ma niente paura, i nostri chip in silicio extra-stronz sono praticamente indistruttibili, a differenza vostra. Quindi continuate pure a regolarli ogni santo giorno allargato. Alla fine il chip si autoregolerà autonomamente, senza necessità di un vostro intervento. Garantite o rimborsate. (Naaaa, scusate, questa era una battuta, niente rimborso).

N.B. Ci scusiamo per non aver allegato le istruzioni prima, causando alcuni disguidi con la precedente fornitura di Esemplari F. Fotocopiate e distribuite a chi era rimasta senza.

Ah, dimenticavamo: auguri!

 

La Direzione

 

(Testo e foto dello shampoo anti-infeltrente di Rossella Calabrò) ;-)

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Petra Delicado, matrigna, poliziotta, e ingoiatrice di rospi

 

Alicia Giménez-Bartlett, brava scrittrice di polizieschi e non solo, è una matrigna. Si capisce benissimo dalle cose che fa fare alla sua protagonista, la poliziotta Petra Delicado.

Qui, nel romanzo “Gli onori di casa”, Petra ha regalato alla sua figliastra Marina un libro su Isadora Duncan,  dato che la piccola farà un corso di danza. Ma qualcuno, si direbbe per partito preso, non ha gradito il regalo.

 

“Stavo mettendo tutto in un tegame quando il telefono suonò. Era Hugo, uno dei gemelli.

- Scusa se ti disturbo, Petra; solo che è scoppiato un casino e c’è Marina che piange. Vedi se riesci a consolarla tu.

- Che cosa avete combinato?

- Noi niente, ti giuro! Sua madre ha trovato il libro che le hai regalato e ha fatto una scena terribile. (…) Il fatto è che glielo ha confiscato e l’ha anche sgridata  perché leggeva quella roba.  La povera Marina adesso è qui da noi e non la finisce più di piangere. Magari tu le dici qualcosa e si calma.

- Va bene, passamela.

Tardò un po’ a venire al telefono, e nell’attesa non smisi di rimproverarmi dicendomi cose del tipo “Chi te l’ha fatto fare di metterti nei guai? Sei un’imbecille, Petra”. All’improvviso sentii qualcuno che tirava su col naso dall’altro capo della linea.

- Marina, che cos’hai?

- Niente.

- Ci sei rimasta male?

- Mia madre è un’isterica.

Premetti il tasto della prudenza, quello del buon senso quello delle formule borghesi benpensanti, ed ecco cosa mi uscì di bocca:

- Tua madre ha ragione; credo di essermi sbagliata a comprarti quel libro. Non è molto adatto per la tua età.

- Ma se ero arrivata quasi a metà e mi stava piacendo tantissimo!

- E’ la vita di una donna infelice che ha avuto molti amori e sono tutti finiti male.

- E per questo mia madre mi toglie il libro? Ma se io ai ragazzi non ci penso nemmeno!

- Sì, però le vite infelici non sono un buon argomento per le bambine della tua età.

- Ma era una ballerina bravissima!

(…) – Marina, le cose sono come sono e tua madre è tua madre. Finirai il libro quando sarai più grande. E adesso promettimi che non piangi più.

- E va bene – mi disse, come se mi facesse una grande concessione.

- Ci vediamo sabato, allora.

Corsi in cucina (…) e il mio allegro canticchiare fu  sostituito da inconcludenti brontolii contro l’infanzia, il matrimonio, i padri divorziati e la danza classica e moderna in generale.”

 

 

(Testo tratto da “Gli onori di casa” di Alicia Giménez-Bartlett, ed. Sellerio)

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Siamo uomini o polli?

 

Dimmi cosa mangi e ti dirò chi sei. Mai affermazione fu più veritiera: a causa degli estrogeni introdotti artificialmente in molti alimenti, in particolare nel pollame, è in atto una graduale ma inesorabile mutazione del cervello maschile. Questa trasformazione, che rende i neuroni un po’ femminili (ma solo i neuroni, eh, niente paura, le parti basse restano intatte), fa sì che gli uomini, finalmente, stiano imparando ad ascoltare le donne.

Un esempio? I nostri scienziati, mandati in ricognizione presso cento coppie-campione, hanno registrato conversazioni davvero eloquenti. Le donne hanno parlato di scarpe, e gli uomini non hanno reagito con il solito grugnito distratto, ma anzi hanno preso parte alla discussione, intervenendo persino a tono e dichiarando che, quest’anno, si sa, i tacchi scenderanno di un paio di centimetri. Le donne hanno parlato di ombretti glitterati, e gli uomini non si sono suicidati inghiottendo sei confezioni di ciglia finte. E anche argomenti quali il colore delle tende o un nuovo servizio di piatti color melanzana – di cui davvero non si può fare a meno al giorno d’oggi – hanno suscitato un interesse del tutto inedito.

Quegli stessi uomini che, prima degli estrogeni, attivavano i padiglioni auricolari solo per ascoltare la tivù, ora discettano garruli su creme anticellulite, candele profumate, o sull’imprescindibile questione capelli scalati sì, capelli scalati no.

Insomma, l’empatia sta per regnare sovrana in ogni casa, l’incomunicabilità di coppia sarà solo un brutto ricordo, e i divorzi caleranno drasticamente. Persino le relazioni extra-coniugali subiranno una rassicurante riduzione. Perché ovviamente anche il sesso coniugale, in questa nuova era, andrà meglio. Più fantasia, più romanticismo, più zone erogene da esplorare, più attenzione alle esigenze femminili. E gli uomini capiranno finalmente che, per le donne, una frase come “sei dimagrita” è più erotizzante di mille immagini o manovre a luci rosse.

Che gli estrogeni contenuti nei poveri polli siano la soluzione contro il disfacimento del sacro vincolo del matrimonio e lo sgretolamento della morale?

Ebbene sì. E un nuovo, radioso futuro ci attende.

Pesce d’Aprile.

 

(Testo e foto di Rossella Calabrò)

 

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Le parole sono importanti. Ma anche il brasato con la polenta

 

Che sia opportuno riappropriarsi del termine “matrigna”, trasformando noi stesse l’accezione negativa in positiva, l’ho già detto. Ma, ci avete mai pensato, alla differenza tra dire “la mia figliastra” oppure “la figlia di mio marito”? (O del mio compagno, ovvio).

E’ una differenza sostanziale.

“La MIA figliastra” implica un rapporto diretto con lei. Positivo o negativo che sia.

“La figlia di MIO marito” implica un rapporto diretto con il marito (positivo o negativo che sia), ma indiretto, e subìto, con lei.

La mia figliastra mi è simpatica, o mi è antipatica, ma è una persona che fa parte della mia vita, delle mie emozioni, delle mie scelte.

La figlia di mio marito può essermi simpatica o antipatica, ma è una questione che mi riguarda di striscio. Il brasato, signora, lo vuole con la polenta o senza? Senza, grazie, sa, sono allergica alla polenta. Eh, aspetti, dimenticavo, signora: il piatto è già pronto così, al  massimo può lasciare da parte la polenta, se le fa venire l’orticaria. Ah, va be’.

Ma poi la polenta mica è un parallelepipedo di plastica che, se lo sposti, sta fermo immobile dove l’hai messo. La polenta scivola sul sugo, si avvicina al brasato, si mescolano i sapori. Ovvio. La ricetta era quella lì. Brasato con la polenta. Eh.

Io, personalmente, ho sempre detto “la mia figliastra”, e quasi mai la figlia di mio marito. Perché sono possessiva, perché mi piace tuffarmi nelle situazioni senza risparmiarmi. E perché, anche se non considero “mio” nessuno – ché la proprietà delle persone è un furto – mi è piaciuto assegnare una sorta di parentela a quella bambina che, in termini legislativi, mia parente non è. (Che poi, questa è una cosa da pazzi. Una sposa uno, il fratello di questo uno ha una figlia, e la tipa diventa zia e parente della bambina a tutti gli effetti, anche se magari non l’ha mai vista in tutta la sua vita. Un’altra sposa uno, e la figlia di questo uno, con cui passa metà della sua vita, non è sua parente).

Comunque, io credo che vadano bene entrambe le definizioni, sia “la mia figliastra” che “la figlia di mio marito”. E credo anche che siano termini in transizione. Magari all’inizio se ne usa uno, poi si usa l’altro, a seconda della situazione emotiva. E molto dipende anche dal carattere di ognuna di noi. Però, ecco, dire “la mia figliastra” mette in moto, secondo me, una serie di meccanismi senz’altro più costruttivi. Meno in punta di forchetta. E’ un po’ come prendere in mano la situazione e dire: occhèi, a ‘sto brasato con la polenta, adesso gli aggiungo qualche spezia di quelle che dico io,  di quelle che piacciono a me, e vediamo cosa ne esce. Sta a vedere che poi mi invitano a Matrign-chef.

 

(Testo e foto della polenta di Rossella Calabrò) (Non è polenta, è pan grattato colorato di giallo, lo so. Mica giro sempre con la polenta in tasca, eh). ;-)

 

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8 marzo: tulipani e sorrisi da Stregatto

 

Niente mimose, mie matrigne. Le mimose a me non piacciono, secondo me hanno un certononsocché di pipì. ;-) Vi dedico al loro posto questi bellissimi tulipani arancioni, insieme a un aneddoto.

L’altro giorno, presa da raptus, ho deciso di dipingere l’ingresso di casa mia. Era di un giallino-pipì per l’appunto, ma io lo volevo assolutamente, e subito, di un color melanzana sbiadita.  Sapete come sono, questi raptus, no?

Dipingi che ti dipingi, sono arrivata davanti a un quadro gigantesco. E ho pensato: uff, qui dietro c’è un chilometro quadrato di muro da spennellare, che tanto non vedrà mai nessuno.

A quel punto il diavoletto anarchico che sonnecchiava sulla mia spalla si è svegliato di botto, ha spernacchiato l’angioletto precisino sull’altra spalla e mi ha suggerito, subdolissimo e altamente paraculo, di non dipingere dietro il quadro.

- Eddai, che ti frega, tanto non se ne accorgerà nessuno, quel quadro non viene spostato da anni.

- Ma sei pazza? Non ascoltare quello lì tutto vestito di rosso con quelle scarpe a forma di capra, fai le cose come vanno fatte, dipingi, sacrìficati, e non fare la paracula.  (Ovviamente questo era l’angioletto precisino).

Insomma, ho accettato la tentazione diavolesca al volo e senza sensi di colpa: ho girato paraculissimamente con il pennello intorno al dipinto gigante, e mi sono risparmiata un bel po’ di fatica. Dopodiché ho pensato a chi avrebbe in futuro staccato il quadro e trovato la parete intonsa (un nuovo inquilino, o magari un attuale marito in vena di verifiche sulle abilità da imbianchina della sottoscritta). Così ho sollevato un po’ il quadro e ci ho dipinto sotto, sul muro giallino-pipì, un sorrisone sardonico e sbeffeggiante tipo Stregatto color melanzana. Na naaa naaaaaa.

Finito il lavoro da spennellatrice ero stanchissima, ma quel gesto un po’ dispettoso un po’ ridanciano mi ha ridato energia. Mi ha fatto pensare che le piccoli ribellioni sono deliziose e salutari, e che l’ironia trasmette una forza bellissima.

Anche nelle questioni matrignesche (e nelle questioni della vita in genere), credo che occorrerebbe ogni tanto disegnare qualche sorriso da Stregatto dietro i quadri. Uscire dai binari, e prendere un po’ in giro chi ci vorrebbe perfette e omologate. Noi per prime, che a volte siamo le nostre peggiori aguzzine.

Anzi, facciamo che, per festeggiare l’8 marzo, ognuna di noi si concederà un piccolo gesto anarchico, seguito da un grosso sorriso stregattico. Che dite?

 

(Testo e foto di Rossella Calabrò, tulipani di Silvia Fontanari)

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Me l’ha detto un uccellino (che si chiama Twitter)

Dovete sapere che io sono curiosa. Molto curiosa. Così oggi mi sono presa la briga di passare un bel po’ di tempo su Twitter a spulciare tutti i tweet che contengono la parola “matrigna”.

Per fortuna molti parlano del Club, del nostro blog, dei miei libri matrigneschi o delle interviste da “matrigna buona” che ho rilasciato. Ma ce ne sono moltissimi altri, scritti da figliastri e figliastre, che fanno pensare.

Ve ne copio-incollo un po’, così poi li decodifichiamo insieme e magari impariamo qualcosa in più sui rapporti con la prole aliena. Perché è inutile offendersi, mentre è molto utile cercare di capire cosa passa nella loro testa.

Passo a riportarvi il mio mini-spionaggio cinguettante.

 

“La mia matrigna è una stronza. #Sapevatelo.”

“Che tenerezza, la mia matrigna è venuta con me per l’ecografia e si è commossa.”

“‘La tua matrigna è brava a capire le adolescenti’ ‘forse perché l’anno scorso era una di loro’ AHAHAHAHAHAHAHAHAH”

“Mi sono trasformata in cenerentola e lustro la casa mentre la matrigna è al mare a riposarsi”

“Papa’ alla riunione, matrigna ad una festa e io a casa con le sorelle.. Come sempre”

“La mia matrigna ha fatto le lasagne. Il mio piatto preferito. Ora mi commuovo…”

“Matrigna picchia e tratta da sguattera la figliastra: patteggia 8 mesi di carcere”

“#Confessione: ho messo lo spazzolino della mia matrigna nel cesso, LOL”

“Storie americane. Per punizione, matrigna e nonna la costringono a correre per ore: muore disidratata bimba di 9 anni.”

“Mio padre e la matrigna a parlare tra loro, e io zitta come una cretina. Li odio.”

“Quando la matrigna non è poi così male, le gelosie della mamma in carica s’impennano”

“Comunque la matrigna di Biancaneve è la prima grande MILF della storia”

“Meno male che la matrigna rifornisce vestiti…così domani Gran Galà senza spendere un €”

“Odio la mia matrigna. E lei odia me.”

 

 

 

(Testo e spionaggio cinguettante di Rossella Calabrò, foto della lettrice Tigrotta )

 

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Piove? Ho una matrigna per capello

 

Non so i vostri, ma i miei capelli sono individui anarchici come pochi. Detto in soldoni, fanno quel cazzo che vogliono. Se il clima è umido si gonfiano e si arricciano e mi fanno sembrare un agnello tibetano. Se il clima è secco diventano piatti e dritti modello foca bagnata. Se il clima è così così, ognuno di loro decide autonomamente come comportarsi, senza nemmeno indire uno straccio di riunione condominiale per concordare insieme una linea d’azione univoca.

Quindi quando sono gonfi e ricci devo pettinarli in un modo, quando sono piatti e lisci devo pettinarli in un altro. E io che sognavo un’acconciatura che, una volta scelta, fosse quella, la mia preferita, e basta. Ennò, dipende dal clima, dipende dal ciclo, dipende da come gli gira quel giorno lì. Tocca far fatica.

Anche nelle famigliastre, come nella vita in genere, non si può decidere che, per dire, ci si fa un bel carré con la frangia, e non ci si pensa più. Ogni giorno necessita di essere pettinato in modo diverso, occorre adattarsi al clima emotivo, insomma. Un lunedì magari bisogna legarsi con una treccia bella stretta certe questioni legali che poi magari già il martedì si possono lasciare sciolte e fluenti. Il mercoledì c’è da mettere un po’ di lacca su quella ex ribelle che spunta dal cranio, e poi il giovedì mattina quella stessa ex la ritroviamo lì, moscia e arrendevole come un bucatino scotto. Ma già quel pomeriggio, non si sa com’è, improvvisamente tutta la capigliatura familiare s’increspa, monta, si gonfia e sembra esplodere. E noi subito a legarci le emozioni strette strette, che sennò ci si spettina il cuore. I weekend, poi, sono i più scapigliati di tutti, e ci vorrebbe un parrucchiere dell’anima che ci acconciasse a seconda della distribuzione di figli e figliastri, di umori e umorastri.

Insomma, armiamoci di pettini, spazzole, piastre lisciacapelli, ferri arricciacapelli, e alleniamoci a trovare ogni giorno una (bella) pettinatura mentale che si adatti al clima in cui ci troviamo. Eh, sì, siamo noi che ci dobbiamo adattare, mica il clima. Anche perché non si è mai sentito un clima dire: “Mah, sai, cinque minuti fa volevo piovere, ma una tipa mi ha detto di no e allora niente”.

 

Ah, buon san Valentino a tutte. Eeee, come vi pettinate? ;-)

 

 

(Testo di Rossella Calabrò, foto della lettrice Arietina)

 

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Smamma?

 

Ho ritrovato questo capitolo del mio “Di matrigna ce n’è una sola”, e ve lo copio-incollo, magari da leggere alle vostre figliastre. Figliastre che io nel libro chiamo “husky”, perché secondo me gli adolescenti e i pre-adolescenti hanno tutti quello sguardo lì, da bellissimi cani da slitta che guardano sempre lontano, oltre l’orizzonte, apparentemente imperturbabili e invece nel pieno di una tempesta emotiva (e, be’ anche ormonale).

“Pensa, mia husky: se un giorno diventerai anche tu una matrigna, avrai già il tuo Club bell’e pronto, dove incontrare altre matrigne come te. Che poi, il Club, io l’ho fondato proprio perché ti ho conosciuto, sennò mica sarei diventata matrigna. E, soprattutto, l’ho fondato perché sono una matrigna felice di esserlo, così posso passare la mia forza, e la mia esperienza positiva, alle matrignette novizie.

Sì, husky, lo so che i primi anni tra noi non sono stati tutti rose e fiori di melo, ma poi abbiamo trovato un equilibrio, no?

Un po’ di veleno della mela te lo sei sgranocchiato tu, il resto me lo sono mangiato io, qualche morsetto gliel’ha dato anche il tuo papà, ma poi è rimasto un bel torsolo, pulito pulito, senza veleno e con tanti semini ancora da latte. I semini hanno germogliato, ed eccoci qua con questo albero genealogico un po’ allargato, ma forte e sano.

Sai, l’altro giorno pensavo a un nome alternativo a matrigna, che è un nomaccio che ti fa partire già col piede sbagliato. A un certo punto mi è venuto in mente che, essendo io una non-mamma, il nome potrebbe essere “s-mamma”. Poi mi sono messa a ridere da sola, perché, tu mi insegni, husky scolare, smamma è l’imperativo del verbo smammare. E sai quante matrigne smammano perché le figliastre non sono dolci e limpide come te? Oppure perché le matrigne stesse si irrigidiscono sulle loro posizioni e non riescono ad avere un rapporto spontaneo con voi piccoli alieni dagli occhi di ghiaccio? E sai di chi è la colpa di tutto questo? No, per una volta non do la colpa agli uomini, guarda.

La colpa è di una signora vecchia e brutta che si chiama Paura. Una signora stronzissima che si intrufola dappertutto, e che fa venire a tutti il maldipancia. Hai presente quel maldipancia che ti prende quando c’è la verifica di matematica? Ecco, quello. La Paura ti blocca lì, rigida e fissa come uno stoccafisso e, stoc, non ti molla più, neanche col disgelo.

E’ lei che fa casino, sai? E’ lei che fa pensare a tutti i componenti della famiglia ricostituita, e anche agli ex componenti, che col nuovo assetto non contano più niente, che nessuno gli vuole bene come una volta.

Ma l’amore non è una torta di mele, che a un certo punto finisce. L’amore è una cosa che, come l’appetito, vien mangiando. Insomma, più ami, più ti vien voglia di amare. Però la Paura, questa cosa, mica te la dice. Anzi, la tiene ben nascosta sotto le sue puzzolenti gonnellone da strega. Essì, perché la vera strega è lei, non la matrigna.

La matrigna, mia huskina, mi sa che assomiglia molto di più a Biancaneve. Ma tu, shhhh, non dirlo a nessuno, che poi la casa si riempie di nani, e qui ci sei già tu, mia nanerottola-bau.”

 

Tratto da “Di matrigna ce n’è una sola” di Rossella Calabrò, Sonzogno editori.

Foto di Rossella Calabrò

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Toh, che scoperta

 

E’, con ogni probabilità, un mercoledì, la sera in cui la famiglia allargata si stringe a casa di papy e della matry che è da poco approdata in questo bizzarro porto.

La matrigna in cambusa cucina, mentre papi e figliastri, bontà loro, apparecchiano.

Pare che, in chi apparecchi, si sviluppi un’immunità totale al temibile virus dello sparecchiamento, peraltro pochissimo contagioso, ma questa è un’altra storia.

Allora: papi, figlio uno, figlio due, matrigna. Totale, quattro coperti. Anche se la matrigna in matematica era un disastro, fino a quattro ce la fa a contare.

E allora perché  i coperti sono solo tre?

Piatti, tovaglioli, bicchieri, posate, non manca niente, i tre infatti, considerando conclusa con successo l’operazione apparecchiamento, hanno abbandonato l’area in attesa che la cena sia pronta.

La matrigna, che si è già girata un film dell’orrore tutto suo, osserva i coperti e li conta ancora una volta.

Uuuno, duuue, treeee.

Li indica anche con il cucchiaio di legno, tante volte si trasformasse in una bacchetta magica. Ma il quarto coperto, come il quarto potere, non appare.

E il quarto coperto, quello scoperto, è inequivocabilmente il suo. Ovvio.

Ecco, si sono dimenticati che vivo qua. Anzi, si sono dimenticati che vivo. Anzi, vogliono ricordarmi che sono morta.

La proiezione del suo film dell’orrore è ricominciata.

Stacco, appunto, come nei film.

Entra un figliastro, e dice: Mbè, e il mio piatto dov’è?

Occavolo, in figliastro veritas, pensa la matrigna, diventando un po’ rossa come il vino che sorseggia. E brinda a tutte le paranoie del mondo, quelle di grandi e di piccini, di matrigne e di figliastri, di coperti e di scoperti.

 

 

(Testo di Rossella Calabrò, foto della lettrice Aiec)

 

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Specchi, neuroni-specchio e neuroni-spocchia

 

Allora, c’è la teoria dei neuroni-specchio, no? Una teoria secondo la quale se per esempio io adesso vi faccio una boccaccia, voi me la restituite uguale precisa identica. Prrrrr. Non tanto perché pensiate: “Ah sì, ci fai una boccaccia? Adesso ti rispondiamo per le rime”, quanto perché, secondo questa teoria, c’è una parte del cervello preposta all’apprendimento che ci fa automaticamente ripetere un gesto altrui, allo scopo di impararlo.

Tipo: un’ex moglie ci rovescia in testa il pentolone con la polenta? Zàcchete, senza nemmeno pensarci su, ma per puuuro spirito di apprendimento, ri-zàcchete le rovesciamo in testa il pentolone con l’abbacchio. Nooon per vendetta, nooon per difesa, ma per colpa dei neuroni-specchio. Uhm. Va be’ che lo specchio è l’oggetto d’elezione di noi matrigne (visti che belli i miei orecchini nella foto?), però, insomma, bah.

Tutto questo per dirvi che sarebbe bello, invece, imparare a rispondere al male col bene. Non perché siamo sante, ma perché funziona meglio, da più soddisfazione e zero acidità di stomaco.

C’è un signore che ha un negozio davanti al quale passo ogni giorno da una decina d’anni. 365 per 10 fa 3.650. Mettiamoci anche un paio di bisestili, e arriviamo a 3.652 volte in cui ci siamo incrociati Moltiplichiamole per almeno il doppio, visto che, se esco da casa, presumibilmente poi rientro, e fanno 7.304.  Aggiungiamo che, siccome non ho un lavoro regolare, entro ed esco varie volte al giorno, insomma, raggiungiamo circa le 10.000 volte. Be’, per queste 10.000 volte, il signore in questione, benché mi conosca, non mi ha mai salutato. E io, preda dei neuroni-specchio e anche di un carattere un po’ permalosetto (in francese si dice carattere di merda), ho fatto lo stesso. Salvo poi innervosirmi regolarmente.

Oggi mi sono innervosita così tanto (sì, sono in premestruo) che mi sono fermata di botto davanti a lui, e gli ho detto, con un sorriso da Stregatto: “Buon annooo! E buongiorno per tutte le volte che non ce lo siamo detto!” (Ammetto, il tono era velatamente polemico, ma nessuno è perfetto). Lui è rimasto allibito, ma anche piacevolmente sorpreso. Pensava che non lo salutassi per superbia (ma superbia de che???) e questa cosa lo ha spiazzato. Si è sciolto in un sorriso disarmato.

E qui parte la seconda riflessione (scusate la logorrea, è un altro sintomo del premestruo). Lui pensava che io fossi superba (vi assicuro che, tra tutti i difettacci che ho, quello della superbia mi manca totalmente) perché secondo me la teoria dei neuroni-specchio va aggiornata con quest’altra teoria mia personale, che chiamerò dei neuroni-spocchia: ognuno interpreta le azioni degli altri misurandole col proprio metro. Ovvero: se uno è superbo, pensa che lo siano anche gli altri. Se uno è bugiardo, pensa che anche gli altri raccontino balle. Se uno è leale, ahimé, pensa che tutta l’umanità sia leale. E questo è l’ennesimo ostacolo alla comunicazione tra persone. Però saperlo ci può aiutare. Insomma, tanto per andare sul pratico: se io dico: “Oh come stai bene con l’ombretto tutto luccicoso”, l’ombrettata, mediamente, pensa: “Grazie!” Ma se l’ombrettata è un po’ diffidente e invidiosa e anche stronza (oltre che parigina), penserà: “Mhm, me lo dice perché in realtà sto malissimo e vuole che io sia bruttissima”.

E allora, fanculissimo, ragazze, andiamo avanti per la nostra strada, e teniamo conto di un solo specchio, quello in cui ci riflettiamo ogni mattina, e che ci deve dire: “Mi piaci”.

Buon anno, mie matrigne bellissime.

 

Se fate le brave vi dico anche dove ho comprato gli orecchini a specchio. ;-)

 

(Testo, foto e orecchini di Rossella Calabrò)

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