Ci sono giorni in cui ci svegliamo la mattina con la ferma intenzione di fare danni. E allora, per esempio, andiamo dal parrucchiere. Che magari si è svegliato con la nostra stessa intenzione.
Io e il mio, per dire, eravamo in perfetta sintonia.
Risultato: non sono più una tipa coi capelli lunghi, ma sono una tipa con un (fottutissimo) carré.
Non ho la faccia da carré, non ho i capelli da carré, non ho, soprattutto, la personalità da carré.
Insomma, dopo una giornata passata evitando accuratamente ogni superficie riflettente, ed evitando anche il Pan Carré che non si sa mai, mi son detta: Ah sì? Ti sei preso il mio scalpo? Ma non avrai il mio buonumore.
Così sono andata in una profumeria specializzata in prodotti per capelli e mi sono comprata un gioco bellissimo. Magari lo conoscete già, ma per me è stata una scoperta. E’ praticamente un grosso elastico per fare la coda, ma ha attaccati sopra un sacco di capelli. Detta così fa un po’ senso, mi rendo conto, ma in realtà è una figata. Ci si raccoglie i capelli, si legano con l’elasticone peloso e, magia, in due secondi salta fuori uno chignon spettinato che è una meraviglia.
Non solo: a quel punto, partono altri giochi. No, perché, se sono una da capelli raccolti, allora sono una che si mette certi orecchini e non certi altri, e anche le pashmine sono diverse, e le collane, e così via zampettando in ogni armadio come un’alacre topastra.
Be’, mi sono divertita.
Perché vi racconto questa cosa? Intanto perché sono una chiacchierona, e poi perché voglio ricordare a tutte noi, me compresa, che prendersi un pochino di tempo per giocare da sole fa tanto bene. Ma proprio tanto. Staccare per un attimo la mente dalle dinamiche lavorative, familiari, di coppia, matrignesche, ci ricarica quasi come un tiramisù.
Ecco, un’ultima cosa: se per caso comprate anche voi l’elasticone peloso, evitate di tenerlo in un cassetto alla portata di tutti, e soprattutto evitate il cassetto delle mutande. L’associazione visiva potrebbe essere inquietantuccia. O foriera di nuovi giochi, chissà.
(Testo e foto di Rossella Calabrò)























