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Ti sei preso il mio scalpo, ma non avrai il mio buonumore

 

Ci sono giorni in cui ci svegliamo la mattina con la ferma intenzione di fare danni. E allora, per esempio, andiamo dal parrucchiere.  Che magari si è svegliato con la nostra stessa intenzione.

Io e il mio, per dire, eravamo in perfetta sintonia.

Risultato: non sono più una tipa coi capelli lunghi, ma sono una tipa con un (fottutissimo) carré.

Non ho la faccia da carré, non ho i capelli da carré, non ho, soprattutto, la personalità da carré.

Insomma, dopo una giornata passata evitando accuratamente ogni superficie riflettente, ed evitando anche il Pan Carré che non si sa mai, mi son detta: Ah sì? Ti sei preso il mio scalpo? Ma non avrai il mio buonumore.

Così sono andata in una profumeria specializzata in prodotti per capelli e mi sono comprata un gioco bellissimo. Magari lo conoscete già, ma per me è stata una scoperta. E’ praticamente un grosso elastico per fare la coda, ma ha attaccati sopra un sacco di capelli. Detta così fa un po’ senso, mi rendo conto, ma in realtà è una figata. Ci si raccoglie i capelli, si legano con l’elasticone peloso e, magia, in due secondi salta fuori uno chignon spettinato che è una meraviglia.

Non solo: a quel punto, partono altri giochi. No, perché, se sono una da capelli raccolti, allora sono una che si mette certi orecchini e non certi altri, e anche le pashmine sono diverse, e le collane, e così via zampettando in ogni armadio come un’alacre topastra.

Be’, mi sono divertita.

Perché vi racconto questa cosa? Intanto perché sono una chiacchierona, e poi perché voglio ricordare a tutte noi, me compresa, che prendersi un pochino di tempo per giocare da sole fa tanto bene. Ma proprio tanto. Staccare per un attimo la mente dalle dinamiche lavorative, familiari, di coppia,  matrignesche, ci ricarica quasi come un tiramisù.

Ecco, un’ultima cosa: se per caso comprate anche voi l’elasticone peloso, evitate di tenerlo in un cassetto alla portata di tutti, e soprattutto evitate il cassetto delle mutande. L’associazione visiva potrebbe essere inquietantuccia. O foriera di nuovi giochi, chissà. ;-)

 

(Testo e foto di Rossella Calabrò)

 

 

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Mayabbassarelaguardia, adesso arriva Natale

 

Credevamo che, scampate all’inguaribile ottimismo dei Maya, ora fosse tutto in discesa, eh?

Ehhh. Non vorrei sembrare banale, ma è Natale. Evento portatore di misticismo per chi è religioso e di pandoro per chi è goloso. Oltre a una caterva di canditi da togliere a uno a uno dal panettone (ma c’è qualcuno a cui piacciono, ‘sti canditi?) e di un’altra caterva di complicazioni che, se si potessero eliminare a una a una come i canditi, sarebbe la fine del mondo. Ah, già.

Allora, matrigne, come sopravvivere anche alle festività?

Primo: pensando che, come recita il detto popolare, l’Epifania tutte le feste porta via. Insomma, il Natale a un certo punto finisce, con la Befana che gli dà un bel colpo di scopa volante e via. Sciò sciò, e che la colomba pasquale inizi a sgranchirsi le ali, perché tra un po’ è il suo turno. Insomma, 25 dicembre e limitrofi non durano per sempre. Anche se a volte l’apparenza inganna. Ma si sa, la percezione del tempo è relativa.

Secondo: il Natale, che ormai ha perso per molti il proprio significato religioso, è considerato – a torto o a ragione non importa – la festa dei bambini. E per bambini si intendono bipedi sotto i diciott’anni, non bipedesse di qualche decennio sopra i venti.  Quindi, mettiamo temporaneamente nel cassetto l’eventuale pantera che alberga nelle nostre mutande e dedichiamoci a recitare, angeliche e caste e celestiali e babysitteresche, il noto mantra natalizio: daichefinisce, daichefinisce, daichefinisce.

Terzo: salvo casi particolari, nelle famiglie ricostituite è sana regola dividere il Natale in due tranche, in modo che i piccoli passino la vigilia con uno dei genitori insieme all’auspicabile nuovo partner e tutto l’ambaradam parentale, e il giorno successivo con l’altro genitore e relativo seguito. Così si sta tutti in pace e il pandoro non va di traverso a nessuno. Il Natale c’è da sempre, le nuove famiglie no: occorre trovare dei codici di comportamento altrettanto nuovi.

Quarto: approfittiamo del contatto prolungato con i nostri figliastri durante le vacanze per costruire un inedito rapporto con loro, se non l’abbiamo ancora fatto. Trasformiamo quello che ci sembra (ed è) un problema in un’opportunità. Tanto, a irrigidirci, cosa ci guadagniamo? E allora proviamo ad ammorbidirci come matrigne di mascarpone e vediamo se, sotto l’albero, magari magari magari per noi c’è un regalo inaspettato: il primo, piccolissimo germoglio di piacere – quel piacere totalmente impensabile per alcune di noi – di aver quasi voglia, forse l’anno prossimo o quello dopo ancora, di inventarci un Natale nuovo, dove invece del mantra daichefinisce, ci sorprendiamo a dire tra noi: toh, mi son divertita.

 

Tantissimi, bellissimi auguri a tutte. <3

 

(Testo di Rossella Calabrò. Dipinto di Paul Klee)

 

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Origlio il patrigno

 

Mie matrigne belle, come molte di voi sanno io sono una maniaca dell’origliamento. Mi siedo a far colazione al tavolino del bar, caffè-brioche-sigaretta-giornale, rigorosamente da sola, e intanto, se accanto a me c’è qualcuno dall’aria interessante, origlio. Non resisto, è una cosa che mi affascina più di mille radiosceneggiati. Manco l’annuncio dell’arrivo dei marziani che fece Orson Welles nel ‘38  potrebbe intrigarmi di più.

Insomma, stamattina al tavolino di fianco al mio ci sono due uomini sui quaranta. Io, che mi sono guadagnata una certa rispettabilità nel quartiere, tengo gli occhi bassi sul mio quotidiano, come una donna onorata. Ma alla parola “figliastri” tiro su le orecchie come un volpino, attivo la parabolica, metto le cuffie e parte l’origlio della conversazione tra i due. Che vi riporto in versione integrale, sottotitolata per i non-presenti.

“Sai, perché la mia donna non è che sia molto severa coi suoi figli, gli lascia far tutto, e quest’estate in vacanza è stato un po’ un casino.”

“E’ stata la vostra prima volta tutti insieme, no?”

“Eh sì. Solo che lei pensava che io li mettessi in riga al suo posto, i bambini. Ma io mica sono il padre.”

“Già, che poi magari i bambini ti dicono: ‘cazzo vuoi, tu non sei mio padre.”

“Appunto. Be’, no, cazzo non lo dicono. Però insomma, lei era stanca morta, sai due figli piccoli in vacanza non sono una passeggiata, e allora mi sono detto che, padre o non padre, dovevo darle una mano.”

“Anche perché sennò ‘sti ragazzini ti rompevano i coglioni tutta la vacanza…”

“Eeeeeesatto. Insomma, senza fare scenate, con ironia ma anche con fermezza, mi son messo a distribuire premi e castighi. E ha funzionato, sai? Due an-gio-let-ti.”

“E lei, la tua tipa? Ti ha dato soddisfazione?”

“Me l’ha data. Uh, se me l’ha data.”

“Ahà.”

“Eh beh.”

 

 

(Origlio di Rossella Calabrò. Foto della lettrice Manuela)

 

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Mare, orgoglio e fantasia

 

La matrigna è spatasciata sulla sabbia a prendere il sole mentre la prole altrui – come tutte le proli del mondo comprese quelle proprie – si impegna in tutti i modi per A) Costruire un castello di sabbia sopra la giugulare della matrigna affinché la vena esploda e crei una pittoresca fontanella rossa che arredi il suddetto castello e faccia invidia agli altri bambini della spiaggia. B) Provocare una medusa o una tracina facendo ripetute boccacce affinché queste, esauste, pizzichino la prole stessa che finalmente ululerà superando la barriera del suono e passando alla distruzione totale e definitiva dei timpani altrui tramite micro-onde. C) Affrontare il mare senza braccioli, lanciandoli platealmente sul bagnasciuga affinché gli stanchi glutei della matrigna si esercitino meglio che a Pilates alzandosi circa ventisei volte, in serie da tre, per restituire detti braccioli alla prole aliena. D) Riempirsi di sabbia i capelli e qualunque interstizio affinché la matrigna non abbia un momento di noia né di copula e passi l’ora della pennica, anziché pennicando o fornicando, scrostando i piccoli altrui. E) Emettendo striduli Papi, papiiii, papiiiiiiiiiiiiiiii con cadenza regolare, ogni due nanosecondi e mezzo, per attirare l’attenzione del legittimo genitore e della di lui nuova compagna e/o moglie e impedendo uno straccio di conversazione. F) Sputando regolarmente qualsivoglia genere alimentare gli venga offerto, tranne in seguito pretendere la scorta di chewing gum della matrigna per poi, una volta accuratamente masticata e sputazzata, dedicarsi a un’estemporanea ceretta sui peli della braccia di detta matrigna. G) Facendo dondolare, ma solo in presenza di folto pubblico, i tricipiti della matrigna, dichiarando poi a gran voce: Uhhh, ma sono mollissimi.

Quando qualcuno – perché è inevitabile che accada – vi chiederà: Ma che cariiiiini, lei è la mamma? voi, mi raccomando, rispondete forte e chiaro, e con infinito orgoglio: No, io sono la matrigna. Poi mimate una faccia da strega cattiva, e fate un sorriso a trentadue denti. Canini.

 

 

Testo di Rossella Calabrò. Foto di Paola, lettrice di questo blog. (Grazie, Paola!)

 

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Estate: matrigne fotografe

Mie matrigne e simpatizzanti di questo blog, ne ho pensata un’altra delle mie. Siccome questo è il nostro salotto, mi piacerebbe che voi contribuiste, se vi va, anche ad arredarlo tutte insieme. Ovvero: se siete brave a fare foto, approfittate delle vacanze e fotografate tutto quello che vi capita sotto tiro (tranne le persone). Poi, le foto più belle, me le mandate e io le utilizzerò come “arredo” dei miei articoli. Ovviamente, citerò il vostro nome o il vostro nick (o non citerò niente se non vorrete).

Una regoletta: siccome io non so mai cosa scriverò fino al momento in cui mi metto a scrivere, sarebbe utile che le vostro foto fossero dei close-up, dei primissimi piani, insomma qualcosa di decorativo, di bello da vedere, ma che non abbia un significato vincolante, altrimenti striderebbero con l’argomento dell’articolo (che, come vi dicevo, non so prevedere perché io e le previsioni siamo come cane e gatto). Fate foto come se dovessero essere dei bei quadri astratti e molto colorati, insomma. Poi le mandate al mio indirizzo di posta del Club delle Matrigne (andate sul sito e lo trovate) e nominate il file con vostro nome o nick (che sarà quello che citerò) oppure nominatelo No Name se non volete essere citate, e un numero progressivo se mi mandate più d’una foto. Il formato è jpeg, altrimenti non il mio Mac non lo apre.

Vi va l’idea? Intanto ho fatto una ricerca di immagini di Paul Klee, uno dei miei pittori preferiti, e appenderò i suoi quadri in salotto in attesa dei vostri.

 

Foto: dipinto di Paul Klee. Fonte: artcyclopedia.com

 

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Agosto, micio mio non ti conosco?

 

Siccome le vacanze sono alle porte, ho chiesto a una mia amica veterinaria di spiegarci quali sono i rischi della toxoplasmosi in gravidanza, in modo che non vengano abbandonati gatti innocenti per la paura (infondata) che possano causare danni. Ecco cose ci dice la dottoressa:

“Molti medici, soprattutto ginecologi, consigliano alle donne in gravidanza, tanto per non sbagliare, di allontanare i propri gatti da casa per paura della toxoplasmosi. La toxoplasmosi è un’infezione causata da un protozoo, il Toxoplasma gondii, che si riproduce nell’intestino dei gatti ed è pericolosa per il feto se contratta nel primo quadrimestre di gravidanza.

Il rischio esiste solo per le donne che non hanno già avuto la toxoplasmosi in passato. In genere è asintomatica e una volta guarite non la si contrae più perchè si sviluppano degli anticorpi specifici che danno un’immunità permanente.

Quindi è importante fare il toxotest (esame banale del sangue) per sapere se si è immuni o meno.

Nel caso non si fosse immuni, quindi non si ha mai contratto la toxo, bisogna avere delle semplici precauzioni , senza bisogno di allontanare il micio da casa.

E’ comunque raro che un gatto che vive in casa abbia la toxoplasmosi, soprattutto se non mangia abitualmente carne cruda.

Evitare che il micio contragga la malattia: alimentazione con cibi industriali o ben cotti. Non dare carne cruda.

Se anche il micio dovesse contrarre la malattia eliminerebbe le uova con le feci (solo con le feci) per un periodo di due settimane. Per contrarre la toxo, la donna gravida dovrebbe ingerire le oocisti presenti nelle feci del gatto infetto durante queste due settimane e nel primo quadrimestre di gestazione!

E’ più probabile ammalarsi mangiando carne poco cotta o verdura cruda mal lavata, che resta la fonte di trasmissione più comune.

Per essere comunque tranquille sarebbe bene che facciano pulire ogni giorno la lettiera di micio a qualcun altro (marito???). Il parassita che eventualmente si trovasse nelle feci impiega infatti due tre giorni per essere infettante, ecco perché è bene cambiare la sabbietta quotidianamente.

Quindi in conclusione, se la donna è immune il problema non esiste, se non è immune basta avere dei piccoli accorgimenti, ricordandosi sempre che la possibilità di contrarre la toxoplasmosi dal proprio micio di casa è molto, ma molto più bassa che quella di contrarla mangiando verdura mal lavata o carni crude o poco cotte.

Insomma, signore che aspettate un bebè: tenetevi il vostro micio serenamente in casa, godetevelo, coccolatevelo come prima, e fate fare i lavori sporchi a vostro marito, che non è neanche una cattiva idea.”

 

(Foto e intervista di Rossella Calabrò)

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Tovaglioli verdi sul pianeta Terra

 

Avevo tredici anni, ero in vacanza con i miei genitori in Grecia.

Una sera siamo in un ristorante dove moltissimi ragazzini della mia età ballano in mezzo alla sala. E molti si avvicinano ai tavoli per invitare le ragazzine tipo me.

Speriamo che qualcuno mi inviti, mi dico, e intanto mi metto i capelli davanti agli occhi, che mi danno sicurezza e magari mi fanno anche più bella.

Sta per avvicinarsi un ragazzino, un po’ grasso a dire il vero, ma insomma l’importante è che qualcuno mi inviti a ballare. Ho le mani sudate, la tachicardia, ma sono pronta per dirgli: yes.

Però, però, però, perché il mio futuro cavaliere ora sgrana gli occhi e ridacchia?

Oddìo, cosa avrò che non va? mi chiedo atterrita. Si è accorto che sono troppo bassa, troppo alta, troppo grassa, troppo magra, troppo bionda, troppo mora? Sono troppo cosa, cazzo? O troppo poco cosa, stracazzo? Perché ‘sto ciccione ride?

Poi, mi giro verso mia madre. Non so perché lo faccio, certo non per chiederle aiuto o complicità. Non è una mia amica. Però, sta di fatto che la guardo. E immediatamente mi pento di averlo fatto. Nonché, di essere al mondo.

Mia madre è una bellissima donna di trentacinque anni. Con, evidentemente, ancora la voglia di scherzare.

Mia madre è lì, al mio tavolo, visibilmente MIA madre, che se la ride con infilati nelle orecchie due tovaglioli di carta, verdi, arrotolati a cono, e la faccia da Shrek in vena di spiritosaggini.

Mia madre, con i fottuti tovagliolini verdi nelle fottutissime orecchie. Mentre tutti la guardano e sorridono divertiti. Mentre io vorrei ucciderla, o uccidermi, a piacere.

Qui giace la piccola Rossella Calabrò,

morta di vergogna a tredici anni, in terra straniera.

Il ragazzino mi chiede di ballare e io, sdegnosa, dalla mia bara gli rispondo di no. Poi mi produco nella regolamentare corsa dell’adolescente, in bagno a piangere (previo sbattimento plateale della porta) e a lanciare insulti di fuoco al mondo degli adulti.

Questo aneddoto è per dire che, quello che per un adulto è, chessò, verde, per un bambino è rosso. Che uno scherzo come per esempio quello dei tovaglioli nelle orecchie, a un adulto sembra una cosa innocente e divertente, mentre un adolescente può percepirlo come un gravissimo attentato alla propria dignità.

Che, insomma, la sensibilità non è mai abbastanza. E che, è vero che quel ragazzino lì era un ciccione, però ancora adesso se ci penso arrossisco di un’inutile, ma cocente vergogna.

 

Testo e foto di Rossella Calabrò

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Bradipo delle mie brame, chi è il più paraculo del reame?


La matrigna e Brady, il di lei legittimo e bradipo sposo, stanno per partire per l’agognata settimana di vacanza a due.

La matrigna, come concordato coniugalmente, alle 12 in punto, dong dong dong, è pronta: valigia fatta, casa sistemata, gatto avvisato della sòla che sta per abbattersi su di lui, e cat-sitter con i croccantini in resta, pronta ad accudire il piccolo quadrupede.

Alle 12,30 la matrigna, non vedendo il bradipo in casa, comincia a inquietarsi ma, con il suo proverbiale (‘nsomma) self-control, accende il fido mac e si mette a zampettare sul web per non stare lì in attesa di Brady.

Alle 13,30, quindi a un’ora e mezza di ritardo, Brady le telefona, si sente fin lì l’odore di grasso e bulloni e brugole (esso ama trascorrere il suo tempo libero – e non – nel box a smanettare su moto & affini) sostenendo, ammmmmooore, di essere in ritardo (ma va’?) e di avere anche un certo languorino. Il frigo ovviamente è stato svuotato e sbrinato, quindi Brady e Matry si trovano in un bar a mangiarsi un panino. E si fanno le due.

Mhmmm, la matrigna scalpita ma ha deciso di non arrabbiarsi, quindi, serafica, ammira il paesaggio milanese, tentando di ricacciare indietro il canino sinistro che le sta scendendo fino a bucarle la clavicola. Alle due e mezza tornano a casa, e lì la matrigna sorprende Brady soavemente acciambellato davanti al computer, invece che a fare la valigia. Ennò. Matry dà un calcio nel culo al self-control per non darlo al bradipo, e ulula: eccheccazzoporcatroia,matisbrighiono? Brady spalanca gli occhioni grigioverdi, un po’ come il gatto di Shrek, e miagola, paraculissimo: fì fì fì, adeffo partiamo (la effe gli vien fuori per accentuare l’effetto gattodishrek). Mpfffffffffff, la matrigna sbuffa come un’orca assassina e anche un po’ orcatroia. Ma ella sa, conoscendo a memoria il suo bradipo, che più gli mette fretta, più lui si bradipizza. Quindi si mette a scrivere questo articolo, e si sente anche una strafiga per non aver (ancora) sminuzzato lo sposo nel tritacarne.

 

Ora, la riflessione è la seguente: perché la natura affibbia a ogni persona normadotata un bradipo? Perché così il DNA si mescola, i perniciosi geni del bradipo si stemperano e la prole verrà fuori un po’ meno lenta? Strategia apprezzabile, certo, ma io non mi sono riprodotta con Brady, quindi, signora Natura, stiamo pedalando a vuoto, eh.

Seconda riflessione: ma gli uomini, mediamente, son tutti bradipi? O sono io che li attraggo irresistibilmente? No, tanto per capire.

Terza riflessione: ma il bradipo-man, come categoria, ci è o ci fa? Cioè, son bradipi congeniti, o sono solo dei gran paraculi in pelliccia?

E comunque, Brady, guarda che non ti chiami né Brad, né Pitt. Quindi sbrigati, perché tra dieci minuti esatti prendo la valigia, che tanto è pronta da mo’, e me ne vado in vacanza col gatto.

 

Testo e foto di Rossella Calabrò

 

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